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mercoledì 21 luglio 2010


Viandante, sono le tue impronte
il cammino e nulla più;
Viandante non c'è un cammino
la via si fa con l'andare..."

Camminando si fa il cammino
e girando indietro lo sguardo
si vede il sentiero che mai
si deve tornare a calpestare.

Viandante non c'è un cammino
ma le stelle nel mare ...
Antonio Machado

domenica 9 agosto 2009

L'ETICA DEL VIANDANTE


Gli anni che stiamo vivendo hano visto lo sfaldarsi di un dominio, e insieme hanno accennato a quel processo migratorio che confonderà i confini dei territori su cui si orientava la nostra geografia. Usi e costumi si contaminano e, se “etica vuol dire “costume”, è possibile ipotizzare la fine delle nostre etiche, fondate sulle nozioni di proprietà, territorio e confine, a favore di un’etica che, dissolvendo recinti e certezze, va configurandosi come etica del viandante che non si appella al diritto, ma all’esperienza.
Infatti, a differenza dell’uomo del territorio che ha la sua certezza nella proprietà, nel confine e nella legge, il viandante non può vivere senza elaborare la diversità dell’esperienza, cercando il centro non nel reticolato dei confini, ma in quei due poli che Kant indicava nel “cielo stellato” e nella “legge morale”, che per ogni viandante hanno sempre costituito gli estremi dell’arco in cui si esprime la sua vita in tensione. Senza meta e senza punti di partenza e di arrivo, che non siano punti occasionali, il viandante, con la sua etica, può essere punto di riferimento dell’umanità a venire, se appena la storia accellera i processi di recente avviati, che sono nel segno della deterritorializzazione.
Fine dell’uomo giuridico a cui la legge fornisce gli argini della sua intrinseca debolezza, e nascita dell’uomo sempre meno soggetto alle leggi del paese e sempre più costretto a fare appello ai valori che trascendono la garanzia del legalismo. Il prossimo, sempre meno specchio di me e sempre più “altro”, obbligherà tutti a fare i conti con la differenza, come un giorno, ormai lontano nel tempo, siamo stati costretti a farli con il territorio e la proprietà.
La diversità sarà il terreno su cui far crescere le decisioni etiche, mentre le leggi del territorio si attorciglieranno come i rami secchi di un albero inaridito. Fine del legalismo e quindi dell’uomo come l’abbiamo conosciuto sotto il rivestimento della proprietà, del confine e della legge, e nascita dell’uomo più difficile da collocare, perché viandante inarrestabile , in uno spazio che non è garantito neppure dall’aristotelico “cielo delle stelle fisse”, perché anche questo cielo è tramontato per noi.
E con il cielo la terra, perché è stata scoperta come terra di protezione e luogo di riparo. Tagliati gli ormeggi, l’orizzonte si dilata, il suo dilatarsi lo abolisce come orizzonte, come punto di riferimento, come incontro della terra con il suo cielo. E questo perché, scrive Nietzsche:
Abbiamo lasciato la terra e ci siamo imbarcati sulla nave. Abbiamo tagliato i ponti alle nostre spalle – e non è tutto! Guardati innanzi! Ai tuoi fianchi c’è l’oceano: è vero non sempre muggisce, talvolta la sua distesa è come seta e oro e trasogna mento della bontà. Ma verranno momenti in cui saprai che è infinito e che non c’è niente di più spaventevole dell’infinito, Oh quel misero uccello che si è sentito libero e urta ora nelle pareti di questa gabbia! Guai se ti coglie la nostalgia della terra – e non esiste più “terra” alcuna.


Umberto Galimberti, La casa di psiche, DALLA PSICOANALISI ALLA PRATICA FILOSOFICA, Feltrinelli, 2005

venerdì 24 luglio 2009

L'ERRANZA

L’erranza








L’erranza, l’erranza
L’erranza ci salva e guida i nostri passi
L’erranza è chiarezza
E Il resto è solamente maschera

L’erranza ci lega a tutto quel che è altro
Ai nostri occhi imprime il volto dei mari

E l’erranza è attesa.
Adonis, Poesia, Quasar, 1993



Adonis è il nom de plume del siriano ‘Ali Ahmad Sa’id Esber (1930), filosofo, poeta, cresciuto in Libano e propugnatore della mediterraneità della poesia in lingua araba. Nella sua raccolta più celebre, I canti di Mihyar il damasceno, Adonis sostiene che nel Mediterraneo confluiscono motivi della cultura semitica e di quella indoeuropea. Il suo pseudonimo infatti, è riferito al dio Adone dei Greci, che era per i semiti Tammuz, il dio della rinascita.

mercoledì 22 luglio 2009

STATUS VIATORIS


 


                                 Marzo 2009, Roma

Il viaggio come metafora ed essenza profonda dell'essere attraverso il tempo, attraverso gli spazi, le geometrie mutevoli dell'ora e del mai più, e ancora, di ciò che appare immobilizzato nel tempo come le lancette crudeli dell'orologio di Baudelaire, del prigioniero uguale a se stesso attaccato a ciò che non passa...il tempo del viaggiare per osservare e diventare, il tempo dello sguardo distratto e ignaro che trova ciò che non cerca, non ritiene ciò che vorrebbe...viaggio dell'io, perchè solo quello sappiamo e possiamo...


Trascrivo un pensiero che mi piacerebbe aver pensato:
"Ci sono luoghi che spesso affascinano perchè sembrano radicalmente diversi e altri che incantano perchè, già la prima volta, risultano familiari, quasi un luogo natio. Conoscere è spesso, platonicamente, riconoscere, è l'emergere di qualcosa magari ignorato sino a quell'attimo ma accolto come proprio. Per vedere un luogo occorre rivederlo. [...] Il viaggio più affascinante è un ritorno, un'odissea, e i luoghi del percorso consueto, i microcosmi quotidiani attraversati da tanti anni, sono una sfida ulissiaca. "Perchè cavalcate queste terre?" chiede nella famosa ballata di Rilke l'alfiere al marchese che procede al suo fianco. "Per ritornare" risponde l'altro."
Claudio Magris [L'infinito viaggiare, Mondadori, 2005]