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mercoledì 17 febbraio 2010

CITTA' SENZA NOME...


«Non diamo dunque particolare importanza al nome della città. Come tutte le metropoli era costituita da irregolarità, avvicendamenti, precipitazioni, intermittenze, collisioni di cose e di eventi; e, frammezzo, punti di silenzio abissali; da rotaie e da terre vergini, da un gran battito ritmico e dall'eterno disaccordo e sconvolgimento di tutti i ritmi; e nell'insieme somigliava a una vescica ribollente posta in un recipiente materiato di case, leggi, regolamenti e tradizioni storiche.»


La città senza nome è Vienna, all'inizio dell' Uomo senza qualità di Musil: paesaggio disorganico e polimorfo di quella realtà postmoderna – raffazzonata, creativa e campata in aria – di cui Musil rimane il più grande interprete. Ma se nel suo romanzo Vienna appare un teatro per eccellenza della tentacolare sconnessione contemporanea, sicché la sua topografia è quasi una Tac della psiche del nuovo uomo «senza qualità», alcuni anni dopo, osserva Claudia Sonino in un acuto saggio, un altro scrittore austriaco, Heimito von Doderer, raffigura Vienna non quale proliferante e anonima metropoli, bensì quale grande ma familiare città di provincia, le cui piazze e vie scandiscono un'esistenza tradizionale e ordinata, basata su rapporti personali, consuetudini di lunga durata, ripetizione quotidiana.

La città è anzitutto lo sguardo che la osserva e l'animo che la vive; anche per questo essa, capitale della storia moderna e del suo sviluppo, è pure una capitale della letteratura; è divenuta non solo uno scenario, bensì una struttura e una forma del romanzo.

[Claudio Magris, Alfabeti, Garzanti, 2008]

martedì 22 settembre 2009

CHAPEAU !


Talvolta, capita di osservare nei luoghi e negli esseri più insospettati uno slancio verso la grandezza, una nobiltà interiore non gridata ma agita nel silenzio che è sempre più difficile rinvenire ad occhio nudo nel quotidiano frullare di gesti egotisti, chiassosi e noncuranti spesso dettati dal più fedele conformismo al comune pensare e al comune sentire.
Nella miseria interiore che questo grado di civiltà ci ha consegnato sembra quasi un miracolo riuscire ancora a riconoscere comportamenti ispirati alla più alta dignità e degni di un esclamazione “chapeau!” che è una sorpresa per tutto ciò che di nobile sopravvive e al quale vorremmo noi stessi aspirare come ad un posizionamento regale, un piedistallo inarrivabile ma da omaggiare anche quando qualcun altro l’ha conquistato. “Chapeau” io dico a tutti coloro che sono capaci ancora di gesti siffatti, di silenziose grandezze dell’anima nel fragore ottuso di questo mondo.
In “L’infinito viaggiare”, Claudio Magris racconta in maniera toccante un episodio del quale è stato involontario spettatore nella sala del monastero di Pedralbes, a Barcellona. Una coppia di padre e figlio, il primo, un signore di settantacinque anni e il secondo, un ragazzone di età indefinibile, affetto dalla sindrome di Down, visitano la sezione Thyssen-Bournemisza fermandosi ad ogni quadro. Tenendolo per mano, il padre spiega al figlio con compiacimento e senza il minimo segno di stanchezza, ogni dettaglio dell’arte dei Maestri del passato, il Beato Angelico, Tiziano, Pietro Longhi. Arrivati al Ritratto di Marianna d’Austria del Velasquez, il padre esclama il nome dell’artista e si toglie il cappello portandolo più in alto che può. Qui, Claudio Magris coglie la relazione più alta che possa esistere tra due esseri umani,e che soltanto un occhio sensibile e generoso come il suo può “vedere” nella sua grandezza incommensurabile. Egli scrive, a proposito di questo padre che
“la croce che, con la minorazione del figlio, gli è stata gettata addosso da un’ingiustizia imperdonabile non ha curvato le sue spalle, non lo ha piegato né incattivito, non gli ha tolto la gioia di riconoscere la grandezza, renderle omaggio e farne partecipe la persona per la quale verosimilmente vive, suo figlio. Spesso il dolore stronca, inacidisce, spinge incomprensibilmente a negare ciò che altri, ai quali la sorte è stata prodiga di doni, sono riusciti a creare ottenendo gloria nel mondo; soprattutto una pena che costringe nell’ombra, come quella minorazione, rende difficile rallegrarsi e godere dello splendore raggiunto da un altro. Quel gesto rispettoso e festoso di togliersi il cappello è un gesto regale e lo è ancor più l’evidente piacere col quale il vecchio comunica il suo entusiasmo al figlio. Quell’amore paterno e filiale fa sì che due persone si bastino, come si basta l’amore. E’ davanti a quell’uomo, che senza saperlo è divenuto per me un piccolo maestro, che c’è da togliersi il cappello.”

mercoledì 22 luglio 2009

STATUS VIATORIS


 


                                 Marzo 2009, Roma

Il viaggio come metafora ed essenza profonda dell'essere attraverso il tempo, attraverso gli spazi, le geometrie mutevoli dell'ora e del mai più, e ancora, di ciò che appare immobilizzato nel tempo come le lancette crudeli dell'orologio di Baudelaire, del prigioniero uguale a se stesso attaccato a ciò che non passa...il tempo del viaggiare per osservare e diventare, il tempo dello sguardo distratto e ignaro che trova ciò che non cerca, non ritiene ciò che vorrebbe...viaggio dell'io, perchè solo quello sappiamo e possiamo...


Trascrivo un pensiero che mi piacerebbe aver pensato:
"Ci sono luoghi che spesso affascinano perchè sembrano radicalmente diversi e altri che incantano perchè, già la prima volta, risultano familiari, quasi un luogo natio. Conoscere è spesso, platonicamente, riconoscere, è l'emergere di qualcosa magari ignorato sino a quell'attimo ma accolto come proprio. Per vedere un luogo occorre rivederlo. [...] Il viaggio più affascinante è un ritorno, un'odissea, e i luoghi del percorso consueto, i microcosmi quotidiani attraversati da tanti anni, sono una sfida ulissiaca. "Perchè cavalcate queste terre?" chiede nella famosa ballata di Rilke l'alfiere al marchese che procede al suo fianco. "Per ritornare" risponde l'altro."
Claudio Magris [L'infinito viaggiare, Mondadori, 2005]