giovedì 26 luglio 2012

FIDUCIA






[...]

Domani è un altro giorno? Allineate

stanno le date sopra il calendario.

Chiedere al rosso del geranio, al giallo

del tulipano l'arte del rinascere.


Chiedere al vento, che trasporta semi,

la fiducia che crea altra vita.


Il vento ha ali magiche, invisibili

come le penne dell'arcangelo.



Maria Luisa Spaziani

mercoledì 25 luglio 2012

LO SPAZIO MAGICO



Anibal Arias & Osvaldo Montes

Milonga e poesia...Sere di chitarra e musica, spazio magico a schermare dissonanze, semplice apertura verticale a compressioni diverse, spazio, respiro, ascesa. "Spazio, spazio, io voglio, tanto spazio..."   cantava la poetessa furente  della divina bellezza,  "per dolcissima muovermi ferita:/voglio spazio per cantare crescere/ errare e saltare il fosso/ della divina sapienza./ Spazio datemi spazio/ch’io lanci un urlo inumano,/quell’urlo di silenzio negli anni/che ho toccato con mano. (Alda Merini) 

Quando la voce non trova voce si approda a musica e poesia . Tout se tient. Tutto risponde, ogni cosa si tiene e si intreccia. Massimo Troisi nel film Il Postino ripeteva: "La poesia non è di chi la scrive...ma di chi gli serve".

polange

LO SPAZIO MAGICO 

Ecco lo spazio magico in cui niente si è detto
ma il senso affiora da nebbie di preistoria.
Dormiamo in case lontane chilometri
ma i nostri sogni si congiungono in alto.



E’ così perfetta l’attesa (o l’intesa)
che sarà peccato trasformarla in parole.
Dovremmo preferire alla vita il silenzio
anche se questo silenzio è quintessenza della vita? 

Maria Luisa Spaziani

mercoledì 18 luglio 2012

TACITO AMICO DELLE MOLTE LONTANANZE



Tacito amico delle molte lontananze, senti
come lo spazio accresci ad ogni tuo respiro.
Con le fosche campane nella cella oscillando
rintocca anche tu. 


Ciò che ti consuma diverrà forza grazie a questo cibo.
Tu entra ed esci dalla metamorfosi.
Qual è la tua esperienza che più duole?
Se t'è amaro il bere, fatti vino.
In questa notte in cui tutto trabocca
sii magica virtù all'incrocio dei tuoi sensi,
dei loro strani incontri sii tu il senso.
E se il mondo ti avrà dimenticato,
dì alla terra immobile: Io scorro.

All'acqua rapida ripeti: Io sono.




Rainer Maria Rilke, Poesie, Einaudi 2000

NAUFRAGI



Quella vela piegata dalla luce,

stanca d’isole,

una goletta che batte il Mar dei Caraibi



per ritornare, potrebbe essere Odisseo

diretto a casa attraverso l’Egeo:

quel desiderio di padre e di marito,


sotto l’aspro livore della vecchiezza,

è come l’adultero che sente il nome di Nausicaa

in ogni grido di gabbiano.


E questo non assicura la pace. L’antica guerra

tra ossessione e responsabilità

non può finire ed è la stessa


per il naufrago e per chi sul lido

ora infila i piedi nei sandali per rientrare

da quando Troia ha spirato l’ultima fiamma


e il macigno del cieco ciclope ha alzato le acque

dalle cui ondate i grandiosi esametri giungono

alle conclusioni dell’esausta risacca.


I classici possono consolare. Ma non abbastanza.


Derek Walcott

CREEP

Ci sono brani che ignoriamo di proposito per anni, poi, quasi come se fosse arrivato il loro tempo, si impongono in ogni modo alla nostra attenzione e mettono in moto singolari meccanismi di pensiero.  Uno di questi è CREEP dei Radiohead.
Strana storia quella di questa canzone.
Primo singolo della band inglese nel 1992. La BBC bocciò immediatamente  il brano come troppo deprimente. Malgrado ciò, il pezzo riuscì a sfondare in America e nel resto del mondo.
CREEP significa  "persona considerata di scarso valore", stramba. Il frontman dei Radiohead, Thom Yorke scrive che il testo racconta di un ubriaco che insegue una donna ovunque cercando di ottenerne le attenzioni ma alla fine comprende di essere lui stesso la donna rincorsa. Un po' come il principe della poesia di Pessoa Eros e Psichè.
Musicalmente CREEP è semplicissima. L'unica variante è costituita dai quattro accordi prima del ritornello che il chitarrista Johnny Greenwood inserì nel tentativo di sabotare l'andamento lento del brano.  
Numerosissime le versioni e le cover del brano dai Korn di MTV Unplugged a Macy Gray e Damien Rice. Nel film The Social Network, CREEP è cantata da un coro belga di oltre duecento ragazze Scala & Kolacny Brothers . Inascoltabile la versione italiana di Vasco Rossi Ad ogni costo,  dove il testo dei Radiohead non esiste più. Gradevole al contrario la versione heavy dei Sentenced, gruppo metal finlandese. 
Il video che inserisco è, credo, il modo migliore per fruire di un brano all'apparenza banale ma che mi riporta a poesie come La passante di  Baudelaire o  Le Passanti di George Brassens (ripresa poi da De Andrè).  Il fil rouge di certe emozioni si dipana senza sosta in costellazioni solo apparentemente inconciliabili...



Quando tu eri qui prima
non riuscivo a guardarti negli occhi
tu sei proprio come un angelo la tua pelle mi fa piangere
tu fluttui come una piuma in un mondo meraviglioso
Io avrei voluto essere speciale tu sei così maledettamente speciale
ma sono una persona sgradevole, sono uno strano cosa diavolo sto facendo qui?
io non appartengo a questo posto

non importa se ferisce io voglio avere il controllo
voglio un corpo perfetto voglio un'anima perfetta
voglio che tu noti quando non sono in giro
tu sei così maledettamente speciale
Io avrei voluto essere speciale ma sono una persona sgradevole,
sono uno strano cosa diavolo sto facendo qui?
io non appartengo a questo posto

lei corre fuori dalla porta lei sta correndo lei corre...

Qualunque cosa ti renda felice tutto ciò che vuoi
tu sei così maledettamente speciale
Io avrei voluto essere speciale
ma sono una persona sgradevole, sono uno strano cosa diavolo sto facendo qui?
io non appartengo a questo posto


Versione soul di Macy Gray



Versione intimista di Damien Rice

When you were here before
Couldn't look you in the Eye

You're just like an angel
Your skin makes me cry
You float like a feather
In a beautiful world
And I wish I was special
You're so fuckin' special
But I'm a creep, I'm a weirdo.
What the hell am I doing here? I don't belong here.

I don't care if it hurts
I want to have control I want a perfect body I want a perfect soul
I want you to
When I'm not around
You're so fuckin' special I wish I was special
But I'm a creep, I'm a weirdo.
the hell am I doing here? I don't belong here.
She's running out again, She's running out
She's run run run running out...
Whatever makes you happy
What ever you want
You're so fuckin' special I wish I was special... But I'm a creep, I'm a weirdo, What the hell am I doing here? I don't belong here. I don't belong here .

A UNA PASSANTE  - BAUDELAIRE

D'attorno a me urlava la strada assordante. Alta, sottile, in lutto stretto, maestosa nel suo dolore, una donna passò, sollevando con la mano superba il festone e l’orlo della gonna; era così agile e nobile, con la sua gamba statuaria…
Io bevevo, teso come un folle, nel suo occhio, cielo livido in cui nasce l’uragano, la dolcezza che incanta e il piacere che uccide. Un lampo… poi la notte! – O fugace bellezza, il cui sguardo m’ha ridato improvvisamente la vita, non ti rivedrò che nell’eternità?

Altrove, ben lungi da qui, tardi, troppo tardi, forse mai! Io non so dove fuggi, tu ignori dove io vada. O te che avrei amato, o te che lo sapevi!

Da "I fiori del male ed altre poesie" - ed. Einaudi 2006



LE PASSANTI (Fabrizio De André)


Io dedico questa canzone
ad ogni donna pensata come amore in un attimo di libertà
a quella conosciuta appena
non c'era tempo e valeva la pena
di perderci un secolo in più.

A quella quasi da immaginare
tanto di fretta l'hai vista passare
dal balcone a un segreto più in là
e ti piace ricordarne il sorriso che non ti ha fatto e che tu le hai deciso
in un vuoto di felicità.

Alla compagna di viaggio
i suoi occhi il più bel paesaggio
fan sembrare più corto il cammino
e magari sei l'unico a capirla e la fai scendere senza seguirla
senza averle sfiorato la mano.

A quelle che sono già prese
e che vivendo delle ore deluse
con un uomo ormai troppo cambiato
ti hanno lasciato, inutile pazzia, vedere il fondo della malinconia
di un avvenire disperato.

Immagini care per qualche istante sarete presto una folla distante scavalcate da un ricordo più vicino
per poco che la felicità ritorni è molto raro che ci si ricordi
degli episodi del cammino.

Ma se la vita smette di aiutarti è più difficile dimenticarti
di quelle felicità intraviste
dei baci che non si è osato dare
delle occasioni lasciate ad aspettare degli occhi mai più rivisti.

Allora nei momenti di solitudine quando il rimpianto diventa abitudine, una maniera di viversi insieme,
si piangono le labbra assenti di tutte le belle passanti
che non siamo riusciti a trattenere.



LES PASSANTES GEORGE BRASSENS
(Poème d' Antoine Pol)

Je veux dédier ce poème
A toutes les femmes qu'on aime
Pendant quelques instants secrets
A celles qu'on connaît à peine
Qu'un destin différent entraîne
Et qu'on ne retrouve jamais
A celle qu'on voit apparaître
Une seconde à sa fenêtre
Et qui, preste, s'évanouit
Mais dont la svelte silhouette
Est si gracieuse et fluette
Qu'on en demeure épanoui
A la compagne de voyage
Dont les yeux, charmant paysageFont paraître court le chemin
Qu'on est seul, peut-être, à comprendre
Et qu'on laisse pourtant descendreSans avoir effleuré sa main
A celles qui sont déjà prises
Et qui, vivant des heures grises
Près d'un être trop différent
Voud ont, inutile folie,
Laissé voir la mélancolie
D'un avenir désespérant
Chères images aperçues
Espèrances d'un jour déçues
Vous serez dans l'oubli demain
Pour peu que le bonheur survienne
Il est rare qu'on se souvienne
Des épisodes du chemin
Mais si l'on a manqué sa vieon songe avec un peu d'envie
A tous ces bonheurs entrevus
Aux baisers qu'on n'osa pas prendre
Auc cœurs qui doivent vous attendreAux yeux qu'on n'a jamais revus
Alors, aux soirs de lassitude
Tout en peuplant sa solitude
Des fantômes du souvenir
On pleure les lèvres absentes
De toutes ces belles passantes
Que l'on n'a pas su retenir

giovedì 5 luglio 2012

S.O.S.




La poesia è la bottiglia



di un naufrago che


gioca col mare.






Chi la trova


salva se stesso…






Mario Quintana

venerdì 29 giugno 2012

UNA PAROLA

 Capo d'Otranto. Il punto più a Oriente dell'Italia. 


Accade di esser svegliati da parole, epifanie che aprono squarci e illuminano prontamente...accade di tornare allo "sterminato buio"...








Una parola, una frase: da cifrati
segni scoperta vita emerge, fulmineo senso:
ristà il sole, tacciono
le sfere, tutto in quella si raddensa.Una parola: un bagliore un volo, un fuoco,
un vampo, di stella cadente un brillìo.
Poi di nuovo sterminato buio,
nel vuoto spazio intorno al mondo, e all’io.


Gottfried Benn

NAUTICA CELESTE








Andrea Zanzotto e Vinicio. A unirli è la notte. L' inesausto andare di chi cammina in solitudine. La notte con i suoi astri e il suo satellite, il suo inaccessibile regno  "longinquo", terreno di battaglia per gli "aerei naviganti dello spirito" secondo la definizione di Nietzsche. E di verso in verso, di nome in nome, a ciascuno compete il proprio spazio tellurico e celeste,  la propria Ecate remota, il riflesso enigmatico di un Tutto che siamo solo noi. 

polange


"L'alba non ha fretta,
I miei passi è la notte che li aspetta
Fatevi più stretti attorno
Questa sera non mi basta il mondo
Tornano i miei passi in coro
Nel cerchio del Rebetiko da solo
Come una parata
Come in un addio
Questo ballo è solo il mio"



NAUTICA CELESTE 



Vorrei renderti visita

nei tuoi regni longinqui

o tu che sempre

fida ritorni alla mia stanza

dai cieli, luna,

e, siccom'io, sai splendere

unicamente dell'altrui speranza.



ANDREA ZANZOTTO

(Tratto da IX ecloghe, Mondadori, Milano)


Andrea Zanzotto, poeta lunare,  in uno scritto di  Antonio Tabucchi su La Repubblica del  19 ottobre 2011: 


Zanzotto sapeva captare le voci che vengono dalla luna. Ma prima di sintonizzarsi su di esse era percorso dai suoni che salgono dalla Terra che poi la luna a sua volta cattura sollevandoli fino "ai suoi regni longinqui" quando fa gonfiar la crosta terrestre e gli oceani. E li trasforma in parole per inviarli di nuovo sul nostro pianeta dove solo pochi eletti riescono a decifrarli. 
Zanzotto era un poeta così, e di questo me ne resi conto quando lo conobbi personalmente. Era il 1975. Grazie a Silvio Guarnieri ero andato a trovarlo a Pieve di Soligo. Stavamo fuori, sul suo Altopiano, e lui mi mostrava il paesaggio, parlava piano, con quella voce curiosa che solo lui aveva in certi momenti, come se le parole fossero piccole scariche di elettricità disgiunte le une dalle altre che si caricavano a vicenda, come in una specie di strano arco voltaico vocale. Non nego che la suggestione letteraria abbia avuto il sopravvento: mi mostrava il paesaggio e io pensavo che lo stesse squarciando per far guardare anche me Dietro il paesaggio; lo evocava, e io pensavo di stare dentro il suo Vocativo, di percorrere un' Egloga, di afferrare La Beltà grazie a un privilegiato Senhal cui finalmente potevo accedere.
 L' immagine che la mia memoria conserva di quel momento con Andrea è falsata dalla sovrapposizione della forte suggestione letteraria che in quel momento provai. Perché certo quello fu un momento assolutamente "normale", con dei comportamenti "normali", con una maniera di parlare "normale", in cui una persona amabile indicava a un giovane che era andato a trovarlo il vasto orizzonte che si vedeva da casa sua, il cielo cristallino di una freddissima giornata di gennaio, una nuvoletta minuscola che turbava l' azzurro di smalto e che non gli piaceva, facendomi notare l' abbaiare lontanissimo di un cane, come se fosse il fastidioso cane del vicino e che invece veniva dal profondo delle campagne. Questa, la realtà della situazione, sicuramente.
 Ma il ricordo che serbo di lui è come credetti di vederlo per un attimo: una creatura speciale, una sorta di ricettore-trasmettitore-emissore che coglieva il "rumore" che veniva da sottoterra con il compito di trasmetterlo in voce, in parole umane, a chi volesse ascoltarlo. Poi qualcuno si affacciò sulla porta, la mia allucinazione si ruppe e tutto rientrò nella norma.

Il secondo incontro avvenne grazie a Fernando Pessoa. Era il 1977. Con Luciana Stegagno Picchio e Maria José de Lancastre avevamo fondatoa Pisa una rivista di lusitanistica semestrale, Quaderni Portoghesi, e dedicammo il secondo numero a Fernando Pessoa, a quell' epoca in Italia poeta quasi ignoto. Stavo intanto preparando il primo volume di traduzioni pessoane che nel ' 78 uscì per Adelphi. Traducevo i testi fondamentali degli eteronimi Campos e Caeiro, del tutto ignoti in Italia, e stavo scrivendo sul problema dell' eteronimia, a quel tempo in gran parte ancora interpretata in Italia sulla falsariga delle "Maschere Nude" di Pirandello. Ebbi l' idea di intervistare Zanzotto su Pessoa. Le risposte di Andrea sono straordinarie: con l' acume di un rabdomante che può avere solo un poeta sintonizzato sulla stessa lunghezza d' onda del poeta di cui sta parlando, Zanzotto entra straordinariamente nel problema dell' eteronimia dal côté linguistico, ragiona di "protoscritture", di "oscuri linguaggi somatici", del conflitto fra "l' io e la lingua madre", della "gemmazione" delle parole, del rapporto fra realtà, realtà psichica e nominazione, di Kafka, di Beckett, dei punti di luce di un computer, delle proposte matematiche di R. Thom. Di quell' intervista mi sono un po' indebitamente impossessato accogliendola in un libro mio su Pessoa, ma sono felice che Andrea l' abbia inclusa anche nei suoi saggi e José Corti l' abbia scelta per la selezione dei suoi Essais critiques pubblicati a Parigi nel 2006. È il segno di una passione condivisa, di un' intesa. Perché Pessoa fu il punto di partenza di un colloquio, a volte telefonico, a volte epistolare, che pur nella sua discontinuità in tutti questi anni ha costituito una grande complicità fra me e Andrea. Zanzotto è un poeta di difficile catalogazione. Ricordo che nel ' 62, con la cortesia che lo caratterizzava, sulla rivista Comunità prese le distanze dall' antologia I Novissimi che aveva messo insieme le sue poesie con i testi della neo-avanguardia italiana (Balestrini, Sanguineti, Pagliarani, Giuliani, Porta). Con molto garbo rivendicava il fatto che la poesia è un fatto individuale, e si tirava indietro. Ma quella spiegazione non mi ha mai convinto del tutto. Secondo me detestava sentirsi chiamare un "novissimo". 

Era perfettamente consapevole di essere un poeta antichissimo posto dal caso nella nostra contemporaneità, uno di quei vati che come i presocratici raccolgono le voci del cosmo o quelle che circolano nel nostro profondo. Della rara famiglia dei poeti "lunari" (quella di Hölderlin, Rilke, Pessoa, Kafka, ma prima di tutto in Italia Leopardi), Zanzotto ha ri-ricevuto dal regno di Selene la voce per esprimere i suoni che sua sorella Gea gli trasmetteva attraverso le suole delle scarpe: le parole per dire qualcosa che non sapevamo e che conosciamo soltanto leggendolo.

 A quello spazio insieme tellurico e celeste di cui è stato uno stregato interprete, ha dedicato poesie ammirevoli. Ricordo solo quella che comincia con «Luna puella pallidula,/ luna flora eremitica,/ luna unica selenita,/ distonia vita traviata,/ atonia vita evitata,/ mataia, matta morula»e che termina con «la mia sostanza sgombri/ a me cresci a me vieni a te vengo». Ma oggi la poesia che voglio ricordare è Nautica celeste. «Vorrei renderti visita/ nei tuoi regni longinqui/ o tu che sempre/ figlia ritorni alla mia stanza/ dai cieli, luna». Andrea è partito in visita.

 - ANTONIO TABUCCHI


Il brano musicale Rebetiko Mou è contenuto nel nuovo album di Vinicio  Capossela "Rebetiko Gymnastas" uscito il 12 giugno in Italia e Grecia (La Cupa/Warner). Quattro brani inediti, una ghost-track e otto canzoni note reinterpretate in chiave rebetika.
Disco registrato negli storici studi Sierra in Atene su nastro analogico con l'accompagnamento di alcuni fra i migliori musicisti greci di rebetiko: Ntinos Chatziiordanou alla fisarmonica, Vassilis Massalas al baglamas, Socratis Ganiaris alle percussioni e soprattutto Manolis Pappos, sommo rebetes del bouzuki con una gloriosa carriera fatta di collaborazioni con musicisti del calibro di Theodorakis, Arvanitaki, Xarhakos, Galani, Papazoglou e Ntalaras. 
Il disegno di copertina è stato realizzato dal grande disegnatore francese David Prudhomme. 
Il booklet contiene i testi tradotti in greco ed esercizi ginnici per coloro che hanno desiderio di impratichirsi.

lunedì 25 giugno 2012

ELOGIO DEL SILENZIO





Ancora sul silenzio...vertiginoso, puro, iperuranico e abissale, assenza di suoni e di umani intorno, incommensurabile spazio sidereo che ci riporta ad una origine nella quale era già inscritta la nostra destinazione.  "In ogni istante della nostra vita siamo ciò che saremo, non meno di ciò che siamo stati."
Gli oceani di silenzio sono lancette sospese sul tempo dell'essere ...
polange

Il testo di "Oceano di Silenzio" è della scrittrice svizzera Fleur Jaggy, la musica di Franco Battiato, l'interprete è Alice nella versione del progetto God is my Dj.
Jesùs Urzagasti, è uno dei maggiori poeti boliviani contemporanei.


Il silenzio viene da molto lontano


per sentirlo devi penetrare nella densità dell’origine

toccare la materia che sfugge dai suoi gravi enigmi

sorprendere la quiete nascosta nel movimento

mettere sotto chiave il brusio ineguale del destino.

Con una parola puoi nominarlo

e sfiorarlo con il pensiero

ma nel suo instabile e vasto regno

nessuno entra se non a piedi scalzi.

Si installa dove il tempo si arresta

estraneo a ombre e luci

e se a un tratto svanisce

il ribollente mondo rimane attonito.

Nessuno sa perché la musica dell’universo

è l’altra faccia del silenzio

tutti ignorano su che cosa si fonda

un tale sortilegio senza partitura.

Porto di uscita e di arrivo

profondità che non si appanna sulle alture

specchio invisibile della solitudine

che abita in tutti gli angoli del corpo

qualcosa di ancora più puro è il silenzio

quando per il tanto meditare sull’immensità

che non ha mai un posto

ti arrendi e ne senti la mancanza.



JESUS URZAGASTI


lunedì 18 giugno 2012

UNO DI QUESTI GIORNI







La linea è delicata



e molto sottile


ho paura di calpestarla


ignoro da quale lato sto,


provo piacere


e pericolo;


elaboro il mio contorno


invento i giorni


e mi accomodo


sul foglio a me assegnato.






La calpesterò


la spezzerò.






Uno di questi giorni.



ANA MILENA PUERTA

Voce nera, nerissima quella di Paolo Nutini, artista scozzese di origine italiana. Grande sound vintage e altezze soul alla Otis Redding in questa No other way che struggente ci ricorda che le linee di confine si dipanano nella nostra testa e si riconoscono dal pulsare delle vene...
polange



domenica 17 giugno 2012

IVRESSE


Riflettevo in questi giorni: l'esortazione baudelairiana non è rivolta all'ubriacatura ma all'ebrezza, allo stordimento felice che solleva dalla tirannia feroce delle lancette dell'orologio. Ivresse è lo stato di chi ha fatto il pieno di bellezza senza annichilirsi, vino, poesia o virtù, purchè si celebri la vita...  


XXXIII • UBRIACATEVI

Bisogna sempre essere ubriachi. Tutto qui: è l'unico problema. Per non sentire l'orribile fardello del Tempo chevi spezza la schiena e vi piega a terra, dovete ubriacarvi senza tregua.
                  Ma di che cosa? Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare. Ma ubriacatevi.
                  E se talvolta, sui gradini di un palazzo, sull'erba verde di un fosso, nella tetra solitudine della vostra stanza, vi risvegliate perché l'ebbrezza è diminuita o scomparsa, chiedete al vento, alle onde, alle stelle, agli uccelli, all'orologio, a tutto ciò che fugge, a tutto ciò che geme, a tutto ciò che scorre, a tutto ciò che canta, a tutto ciò che parla, chiedete che ora è; e il vento, le onde, le stelle, gli uccelli, l'orologio, vi risponderanno:
«È ora di ubriacarsi! Per non essere gli schiavi martirizzati del Tempo, ubriacatevi, ubriacatevi sempre! Di vino, di poesia o di virtù, come vi pare».


CHARLES BAUDELAIRE


DA VICINO






Ti scrivo da vicino, come se la mano


ti fosse oggetto breve affiorato,


come se dalla strada ti arrivasse


la piccola certezza per l’acquisto


dei minuti seguenti. Da vicino


come il sole, come la cicala.


Come un silenzio pieno


che ti venisse agli occhi di mattina


e amarti fosse l’abito


scelto al cominciar del giorno.



PEDRO TAMEN
 
 
Damien Rice : The Blower's daughter nella versione AOL Sessions. Brano noto anche perchè parte della colonna sonora del film Closer di Mike Nichols, del 2004 .
 

MURGIA KLEZMER




Da un "pianoterra" di Terlizzi, paese di Puglia, ai successi balcanici, la musica meticcia e klezmer della Municipale Balcanica...appena uscito il nuovo cd Offbeat di cui questo brano è il primo singolo...
A proposito di erranze e Tuareg...

SONGLINES



Questo raccontava Bruce Chatwin a Tom Maschler nel 1969 a proposito del libro "Le Vie dei Canti" (Songlines) : «La domanda cui cercherò di rispondere è la seguente: “Perché gli uomini invece di stare fermi se ne vanno da un posto all’altro?”»
Per gli aborigeni d'Australia la loro terra era un intreccio di Piste del Sogno e Vie dei Canti, un reticolato di percorsi visibili soltanto a coloro che erano nati e vissuti in quei luoghi. E il loro destino era ripercorrerli. Ogni passo dunque ricrea la Via degli Antenati, la musica dell'essere, l'Armonia di ogni tempo e traccia così il racconto segreto di un essere in sintonia col tempo, con tutti i tempi. Chatwin parte per  l'Australia con la valigia piena di moleskine ,con la curiosità ingenua di chi vuole  vedere di persona cosa accade lì. Riuscirà a  delineare nei suoi appunti la Metafica dell'Erranza, quello strano, ingovernabile istinto alla migrazione, il nomadismo di anima e piedi che significa appartenere alla terra, restare fedeli alla terra ma anche alle regioni smisurate del Mito e del Sogno, per camminare in accordo con il Sé e con  l'universo.
Le Vie dei Canti. Riecheggiano sotto i nostri passi, segnano i nostri incontri, ci fanno rete intorno, sentieri dell'anima che  tessono disegni che si oppongono a ciò che appare il vuoto inconoscibile del Tutto....

polange



"I nomadi, sulla Terra, tracciano linee di erranza: direzioni migratorie di branchi di renne o di bisonti, percorsi legati alla presenza periodica di punti d'acqua, allo spostamento delle zone di raccolta secondo le stagioni, [...] La Terra è la memoria degli uomini. Il suo paesaggio è la mappa delle epopee, il bacino dei saperi. Tutto lo spazio vive. I canti e i racconti narrano la Terra; la terra ricorda il tempo del sogno, il tempo delle origini che è sempre presente e muore insieme agli dei, se i canti non vengono ripresi, i viaggi di nuovo intrapresi e le linee di erranza sono disertate. E si riparte ancora in cammino, seguendo le orme degli antenati. Si torna sugli stessi luoghi, si canta di nuovo la Terra. E il passato rivive perchè non è mai passato".

Pierre Levy "L'intelligenza collettiva: per un'antropologia del cyberspazio" (Feltrinelli, 2002)

LE VIE DEI CANTI


In principio la Terra era una pianura sconfinata e tenebrosa, separata dal cielo e dal grigio mare salato, avvolta in un crepuscolo indistinto. Non c’erano né Sole né Luna né Stelle. Tuttavia, molto lontano, vivevano gli Abitanti del Cielo: esseri spensierati e indifferenti, dalle fattezze umane ma con zampe da emù, e capelli dorati lucenti come ragnatele al traamonto; erano senza età e perennemente giovani, poiché esistevano da sempre nel loro verde Paradiso lussureggiante al di là delle Nuvole occidentali.


Sulla superficie della Terra si vedevano soltanto le buche che un giorno sarebbero diventate i pozzi. Non c’erano né animali né piante, ma molli masse di materia concentrate intorno alle buche: grumi di minestra primordiale, silenziosi, ciechi, senza respiro né veglia né sonno: ciascuno aveva in sé l’essenza della vita o la possibilità di diventare umano.

Ma sotto la crosta della Terra brillavano le costelllazioni, il Sole splendeva, la Luna cresceva e calava, e giacevano nel sonno tutte le forme di vita: il fiore scarlatto di un pisello del deserto, l’iridescenza di un’ala di farfalla, i vibranti baffi bianchi di Vecchio Uomo Canguro – assopiti come i semi del deserto che devono aspettare un acquazzone di passaggio.

Il mattino del Primo Giorno, al Sole venne una gran voglia di nascere. (Quella sera le Stelle e la Luna lo avrebbero imitato). Il Sole squarciò improvvvisamente la superficie e inondò la Terra di luce dorata, riscaldando le buche in cui dormiva ogni Antenato.

Questi Uomini dei Tempi Antichi, diversamente dagli Abitanti del Cielo, non erano mai stati giovani. Erano vecchi zoppi e stremati dalla barba grigia e le membra nodose, e per tutti i secoli avevano dormito in solitudine.

Accadde così che quel primo mattino ogni Antenato dormiente sentisse il calore del Sole premere sulle proprie palpebre e il proprio corpo che generava dei figli. L’Uomo Serpente sentì i serpenti strisciargli fuori dall’ombelico. L’Uomo Cacatua sentì le piume. L’Uomo Bruco sentì una contorsione, la Formica del Miele un prurito, il Caprifoglio sentì schiudersi foglie e fiori. L’Uomo Bandicoot sentì piccoli bandicoot che fremevano sotto le sue ascelle. Ogni «essere vivente », ciascuno neI suo diverso luogo di nascita, salì a raggiungere la luce del giorno.

In fondo alle loro buche (che ora si stavano riempiendo d’acqua) gli Antenati distesero una gamba, poi l’altra. Scrollarono le spalle e piegarono le bracccia. Si alzarono facendo forza contro il fango. Le loro palpebre si aprirono di schianto: videro i figli che giocavano al sole.

Il fango si staccò dalle loro cosce, come la placenta da un neonato. Poi, come fosse il primo vagito, ogni Antenato aprì la bocca e gridò: « lo sono! ». « Sono il Serpente … il Cacatua … la Formica del Miele … il Caprifoglio … ». E questo primo « lo sono! », questo primordiale «dare nome », fu considerato, da allora e per sempre, il distico più sacro e segreto del Canto dell’Antenato.

Ogni Uomo deI Tempo Antico (che ora si crogiolava al sole) mosse un passo col piede sinistro e gridò un secondo nome. Mosse un passo col piede destro e gridò un terzo nome. Diede nome al pozzo, ai cannneti, agli eucalipti: si volse a destra e a sinistra, chiamò tutte le cose alla vita e coi loro nomi intessé dei versi.

Gli Uomini del Tempo Antico percorsero tutto il mondo cantando; cantarono i fiumi e le catene di montagne, le saline e le dune di sabbia. Andarono a caccia, mangiarono, fecero l’amore, danzarono, uccisero: in ogni punto delle loro piste lasciarono una scia di musica.

Avvolsero il mondo intero in una rete di canto; e infine, quando ebbero cantato la Terra, si sentirono stanchi. Di nuovo sentirono nelle membra la gelida immobilità dei secoli. Alcuni sprofondarono nel terrreno, lì dov’erano. Altri strisciarono dentro le grotte. Altri ancora tornarono lentamente alle loro «Dimore Eterne», ai pozzi ancestrali che li avevano generati. Tutti tornarono «dentro». (…)



I bianchi, cominciò Flynn, commettevano comunemente l’errore di pensare che gli aborigeni, non essendo stanziali, non avessero nessun sistema che regolasse il possesso della terra. Era una sciocchezza. La verità era che gli aborigeni non potevano immaginare il territorio come un pezzo di terra circondato da frontiere, ma piuttosto come un reticolato di «vie» o «percorsi».

«Tutte le nostre parole per “paese” » disse « sono le stesse che usiamo per “via” ».

Il perché si spiegava facilmente. Gran parte dell’outback australiano era costituito da aride distese di arbusti o da deserto sabbioso; là le precipitazioni erano sempre irregolari e a un anno di abbondanza potevano seguire sette anni di carestia. In un paesaggio simile, muoversi voleva dire sopravvivere, mentre rimanere nello stesso posto voleva dire suicidarsi. Il «paese natale» di un uomo era definito «il posto in cui non devo chiedere». Però, sentirsi «a casa» in quel paese dipendeva dalla possibilità di lasciarlo. Ognuno sperava di avere almeno quattro «vie d’uscita» da seguire in tempo di crisi. Ogni tribù – volente o nolente – doveva intrattenere rappporti con i suoi vicini.



«Così, se A aveva la frutta», disse Flynn «B aveva le anatre e C un giacimento d’ocra, c’erano regole formali per lo scambio di questi prodotti, e itinerari formali per metterlo in pratica».

Quello che i bianchi chiamavano walkabout era in pratica una specie di telegrafo del bush con servizio di Borsa, che diffondeva messaggi tra popoli che non si vedevano mai e che avrebbero potuto ignorare l’esistenza degli altri.

«Questo commercio» disse «non era il commercio che conoscete voi europei. Non era il mestiere di comprare e vendere per profitto! Il nostro popolo barattava sempre alla pari ».

Gli aborigeni, in generale, erano convinti che tuttte le merci fossero potenzialmente nocive e che avrebbero danneggiato i loro proprietari a meno che questi fossero perennemente in moto. Le « merci» non dovevano necessariamente essere commestibili, né utili. Nulla piaceva di più alla gente che barattare cose inutili – o cose che poteva procurarsi da sé: piume, oggetti sacri, cinture di capelli umani.

«Lo so» lo interruppi. «Qualcuno barattava il suo cordone ombelicale».

«Vedo che ti sei documentato ».

Le «merci », proseguì, dovevano piuttosto esser considerate fiches di un gioco gigantesco, il cui tavolo era il continente intero e i giocatori tutti i suoi abiitanti. Le «merci» simboleggiavano intenzioni: commmerciare ancora, incontrarsi di nuovo, stabilire frontiere, combinare matrimoni, cantare, danzare, condividere risorse e condividere idee.

Una conchiglia poteva passare di mano in mano, dal Mare di Timor alla Gran Baia, lungo «strade» tramandate dal principio dei tempi. Queste «strade» correvano lungo la linea di immancabili pozzi naturali. I pozzi, a loro volta, erano centri rituali dove si radunavano uomini di tribù diverse. (…)

«Vuoi dire che un itinerario degli scambi passa sempre per una Via del Canto? ».

«L’itinerario degli scambi è la Via del Canto» disse Flynn. « Perché sono i canti, non gli oggetti, il principale strumento di scambio. Il baratto degli “oggetti” è la conseguenza secondaria del baratto dei canti ».

Prima dell’arrivo dei bianchi, continuò, in Australia nessuno era senza terra, poiché tutti, uomini e donne, ereditavano in proprietà esclusiva un pezzo del canto dell’Antenato, e la striscia di terra su cui esso passava. I versi erano come titoli di proprietà che comprovassero il possesso di un territorio. Si poteva prestarli a qualcuno, e in cambio si poteva farsene prestare degli altri. L’unica cosa che non si poteva fare era venderli o sbarazzarsene.

Se per esempio gli Anziani di un clan del Pitone variegato decidevano che era tempo di cantare il loro ciclo di canti dall’inizio alla fine, inviavano messaggi lungo la pista, a nord, a sud, da tutte le parti, e convocavano nel Gran Posto i proprietari dei canti. Allora, uno dopo l’altro, tutti i « proprietari» cantavano il loro pezzo di orme dell’Antenaato. Sempre nella sequenza esatta!

«Invertire l’ordine dei versi» disse cupamente Flynn «era un delitto. Di solito veniva punito con la morte ».

«Sfido» dissi. «Sarebbe l’equivalente musicale di un terremoto».

« Peggio» disse accigliandosi. «Sarebbe distrugggere il Creato ».

«Un Gran Posto,» proseguì «ovunque fosse, era probabilmente il punto d’incontro di altri Sogni. Perciò ai tuoi corroboree partecipavano magari quattro clan totemici diversi, appartenenti a varie tribù, e tutti si scambiavano canti, danze, figli e figlie. e si concedevano “diritti di passaggio” reciproci ».

«Quando avrai girato un po’ di più» disse, e si voltò verso di me «sentirai parlare di uomini che “apprendono la conoscenza rituale” ».

Questo significava semplicemente che l’uomo stava estendendo la mappa del suo canto; stava ampliando le sue opportunità, tramite il canto stava esplorando il mondo.

« Immagina due aborigeni» disse «che si incontrano per la prima volta in un pub di Alice Springs. Uno proverà con un Sogno, l’altro proverà con un altro. Poi scatterà di sicuro qualcosa … ».

«E segnerà l’inizio di una bella amicizia bevereccia» esclamò Arkady.

Alla battuta risero tutti tranne Flynn, che contiinuò a parlare.

Il passaggio successivo, mi disse, era capire che ogni ciclo di canti scavalcava le barriere linguistiche, a dispetto di tribù e frontiere. Magari una Pista del Sogno iniziava a nord-ovest, nei pressi di Broome; si faceva strada tra venti o più lingue, e proseguiva fino a raggiungere il mare vicino a Adelaide.

« E tuttavia» dissi «è sempre lo stesso canto ».

« Il nostro popolo» continuò Fiynn «dice di riconoscere un canto dal “gusto” o dall’ ”odore” … e ovvviamente vuol dire dalla melodia. La melodia rimane sempre quella, dalle prime battute al finale ».

«Le parole possono cambiare» si intromise di nuovo Arkady «ma la musica resta uguale».

«Vuoi dire che un giovane in walkabout, purché sappia cantare la melodia anche senza le parole, potrebbe attraversare cantando tutta l’Australia?» domandai.

«In teoria sì» convenne Flynn.


Bruce Chatwin, Le Vie dei Canti




venerdì 15 giugno 2012

INCANTAMENTO





Incantamento...
 
 
Tornano in alto ad ardere le favole.






Cadranno colle foglie al primo vento.




Ma venga un altro soffio,


Ritornerà scintillamento nuovo.





1927 - Giuseppe Ungaretti