venerdì 11 marzo 2011

A MODEST PROPOSAL: ABOLIRE LA SCUOLA MEDIA E LA TELEVISIONE


La " modesta proposta " di Pierpaolo Pasolini, provocatoria sì, ma così dolorosamente auspicabile. L'umorismo swiftiano al servizio della mutazione antropologica degli italiani transitati, nel giro di poco più di mezzo secolo, da popolo a massa.
Non serve dire solo basta, è necessario un passo indietro per farne dieci in avanti, con l'analisi strutturata si può, silenziosamente, in maniera raccolta e con aria terribilmente seria irrompere nel frastuono assordante del linguaggio povero e ripetitivo del banale, del vacuo, dell'insensato.

Corriere della Sera, 18 ottobre 1975

Aboliamo la tv e la scuola dell'obbligo

di Pier Paolo Pasolini

I vari casi di criminalità che riempiono apocalitticamente la cronaca dei giornali e la nostra coscienza abbastanza atterrita, non sono casi: sono, evidentemente, casi estremi di un modo di essere criminale diffuso e profondo: di massa.
Infatti i criminali non sono solo i neofascisti. Ultimamente un episodio (il massacro di una ragazza al Circeo) ha improvvisamente alleggerito tutte le coscienze e fatto tirare un grande respiro di sollievo: perché i colpevoli del massacro erano appunto dei pariolini fascisti. Dunque c'era da rallegrarsi per due ragioni: 1) per la conferma del fatto che sono solo e sempre fascisti la colpa di tutto; 2) per la conferma del fatto che la colpa è solo e sempre dei borghesi privilegiati e corrotti. La gioia di sentirsi confermati in questo antico sentimento populista - e nella solidità dell'annessa configurazione morale - non è esplosa solo nei giornali comunisti, ma in tutta la stampa (che dopo il 15 giugno ha una gran paura di essere a meno appunto dei comunisti). In realtà la stampa borghese è stata letteralmente felice di poter colpevolizzare i delinquenti dei Parioli, perché, colpevolizzandoli tanto drammaticamente, li privilegiava (solo i drammi borghesi hanno vero valore e interesse) e nel tempo stesso poteva crogiolarsi nella vecchia idea che dei delitti proletari e sottoproletari è inutile occuparsi più che tanto, dato che è aprioristicamente assodato che proletari e sottoproletari sono delinquenti.
Io penso dunque che anche il massacro del Circeo abbia scatenato in Italia la solita offensiva ondata di stupidità giornalistica. Infatti, ripeto, i criminali non sono affatto solo i neofascisti, ma sono anche allo stesso modo e con la stessa coscienza, i proletari o i sottoproletari, che magari hanno votato comunista il 15 giugno. Si pensi al delitto dei fratelli Carlino di Torpignattara, o all'aggressione di Cinecittà (un ragazzo percosso brutalmente e chiuso dentro il baule della macchina e la ragazza violentata e seviziata da sette giovani della periferia romana). Questi delinquenti "popolari" - e per ora mi riferisco, con precisione documentata, ai soli fratelli Carlino - godevano della stessa identica libertà condizionale che i delinquenti dei Parioli; godevano cioè della stessa impunità. E' assurdo dunque accusare i giudici che hanno mandato in giro "a piede libero" i neofascisti se non si accusano nello stesso tempo e con la stessa fermezza i giudici che hanno mandato in giro "a piede libero" i fratelli Carlino (e altre migliaia di giovani delinquenti delle borgate romane).

La realtà è la seguente: i casi estremi di criminalità derivano da un ambiente criminaloide di massa. Occorrono migliaia di casi come quelli della festicciola sadica del Circeo o di aggressività brutale per ragioni di traffico, perché si realizzino casi come quelli dei sadici pariolini o dei sadici di Torpingnattara. Quanto a me, lo dico ormai da qualche anno che l'universo popolare romano è universo "odioso". Lo dico con scandalo dei benpensanti; e soprattutto con scandalo dei benpensanti che non credono di esserlo. E ne ho anche indicato le ragioni (perdita da parte di giovani del popolo dei propri valori morali, cioè della propria cultura particolaristica, coi suoi schemi di comportamento eccetera). E a proposito, poi, di un universo criminaloide come quello popolare romano bisognerà dire che non valgono le consuete attenuanti populistiche: è necessario munirsi della stessa rigidità puritana e punitiva che siamo soliti sfoggiare contro le manifestazioni criminaloide dell'infima borghesia neofascista. Infatti i giovani proletari e sottoproletari romani appartengono ormai totalmente all'universo piccolo borghese: il modello piccolo borghese è stato loro definitivamente imposto, una volta per sempre. E i loro modelli concreti sono proprio quei piccoli borghesi idioti e feroci che essi, ai bei tempi, hanno tanto e così spiritosamente disprezzato come ridicole e ripugnanti nullità. Non per niente i seviziatori sottoproletari della ragazza di Cinecittà, usando di lei come di una "cosa", le dicevano: "Bada che ti facciamo quello che hanno fatto a Rosaria Lopez". La mia esperienza privata, quotidiana, esistenziale - che oppongo ancora una volta all'offensiva astrattezza e approssimazione dei giornalisti e dei politici che non vivono queste cose - m'insegna che non c'è più alcuna differenza vera nell'atteggiamento verso il reale e nel conseguente comportamento tra i borghesi dei Parioli e i sottoproletari delle borgate. La stessa enigmatica faccia sorridente e livida indica la loro imponderabilità morale (il loro essere sospesi tra la perdita di vecchi valori e la mancata acquisizione di nuovi: la totale mancanza di ogni opinione sulla propria "funzione").
Un'altra cosa che l'esperienza diretta m'insegna è che questo è un fenomeno totalmente italiano. Fa parte del conformismo, peraltro antiquato, dell'informazione italiana il consolarsi col fatto che anche negli altri Paesi esiste il problema della criminalità: esso esiste, è vero: ma si pone in un mondo dove le istituzioni borghesi restano solide ed efficienti, e continuano a offrire dunque una contropartita.
Che cos'è che ha trasformato i proletari e i sottoproletari italiani, sostanzialmente, in piccolo borghesi, divorati, per di più, dall'ansia economica di esserlo? Che cos'è che ha trasformato le "masse" dei giovani in "masse" di criminaloidi? L'ho detto e ripetuto ormai decine di volte: una "seconda" rivoluzione industriale che in realtà in Italia è la "prima": il consumismo che ha distrutto cinicamente un mondo "reale", trasformandolo in una totale irrealtà, dove non c'è più scelta possibile tra male e bene. Donde l'ambiguità che caratterizza i criminali: e la loro ferocia, prodotta dall'assoluta mancanza di ogni tradizionale conflitto interiore. Non c'è stata in loro scelta tra male e bene: ma una scelta tuttavia c'è stata: la scelta dell'impietrimento, della mancanza di ogni pietà.

Si lamenta in Italia la mancanza di una moderna efficienza poliziesca contro la delinquenza. Cioè che io soprattutto lamenterei è la mancanza di una coscienza informata di tutto questo, e la sopravvivenza di una retorica progressista che non ha più nulla a che fare con la realtà. Bisogna oggi essere progressisti in un altro mondo; inventare una nuova maniera di essere liberi, soprattutto nel giudicare, appunto, che ha scelto la fine della pietà. Bisogna ammettere una volta per sempre il fallimento della tolleranza. Che è stata, s'intende, una falsa tolleranza, ed è stata una delle cause più rilevanti nella degenerazione della masse dei giovani. Bisogna insomma comportarsi, nel giudicare, di conseguenza e non a priori (l'a priori progressista valido fino a una decina d'anni fa).
Quali sono le mie due modeste proposte per eliminare la criminalità? Sono due proposte swiftiane, come la loro definizione umoristica non si cura minimamente di nascondere.
1) Abolire immediatamente la scuola media dell'obbligo.
2) Abolire immediatamente la televisione. Quanto agli insegnanti e agli impiegati della televisione possono anche non essere mangiati, come suggerirebbe Swift: ma semplicemente possono essere messi sotto cassa integrazione.
La scuola d'obbligo è una scuola di iniziazione alla qualità di vita piccolo borghese: vi si insegnano delle cose inutili, stupide, false, moralistiche, anche nei casi migliori (cioè quando si invita adulatoriamente ad applicare la falsa democraticità dell'autogestione, del decentramento ecc.: tutto un imbroglio). Inoltre una nozione è dinamica solo se include la propria espansione e approfondimento: imparare un po' di storia ha senso solo se si proietta nel futuro la possibilità di una reale cultura storica. Altrimenti, le nozioni marciscono: nascono morte, non avendo futuro, e la loro funzione dunque altro non è che creare, col loro insieme, un piccolo borghese schiavo al posto di un proletario o di un sottoproletario libero (cioè appartenente a un'altra cultura, che lo lascia vergine a capire eventualmente nuove cose reali, mentre è ben chiaro che chi ha fatto la scuola d'obbligo è prigioniero del proprio infimo cerchio di sapere, e si scandalizza di fronte ad ogni novità). Una buona quinta elementare basta oggi in Italia a un operaio e a suo figlio. Illuderlo di un avanzamento che è una degradazione è delittuoso: perché lo rende: primo, presuntuoso (a causa di quelle due miserabili cose che ha imparato); secondo (e spesso contemporaneamente), angosciamente frustrato, perché quelle due cose che ha imparato altro non gli procurano che la coscienza della propria ignoranza. Certo arrivare fino all'ottava classe anziché alla quinta, o meglio, arrivare alla quindicesima classe, sarebbe, per me, come per tutti, l'optimum, suppongo. Ma poiché oggi in Italia la scuola d'obbligo è esattamente come io l'ho descritta (e mi angoscia letteralmente l'idea che vi venga aggiunta una "educazione sessuale", magari così come la intende lo stesso "Paese Sera"), è meglio abolirla in attesa di tempi migliori: cioè di un altro sviluppo. (E' questo il nodo della questione).

Quanto alla televisione non voglio spendere ulteriori parole: cioè che ho detto a proposito della scuola d'obbligo va moltiplicato all'infinito, dato che si tratta non di un insegnamento, ma di un "esempio": i "modelli" cioè, attraverso la televisione, non vengono parlati, ma rappresentati. E se i modelli son quelli, come si può pretendere che la gioventù più esposta e indifesa non sia criminaloide o criminale? E' stata la televisione che ha, praticamente (essa non è che un mezzo), concluso l'era della pietà, e iniziato l'era dell'edonè. Era in cui dei giovani insieme presuntuosi e frustrati a causa della stupidità e insieme dell'irraggiungibilità dei modelli proposti loro dalla scuola e dalla televisione, tendono inarrestabilmente ad essere o aggressivi fino alla delinquenza o passivi fino alla infelicità (che non è una colpa minore).
Ora, ogni apertura a sinistra sia della scuola che della televisione non è servita a nulla: la scuola e il video sono autoritari perché statali, e lo Stato è la nuova produzione (produzione di umanità). Se dunque i progressisti hanno veramente a cuore la condizione antropologica di un popolo, si uniscano intrepidamente a pretendere l'immediata cessazione delle lezioni alla scuola d'obbligo e delle trasmissioni televisive. Non sarebbe nulla, ma sarebbe anche molto: un Quarticciolo senza abominevoli scuolette e abbandonato alle sue sere e alle sue notti, forse sarebbe aiutato a ritrovare un proprio modello di vita. Posteriore a quello di una volta, e anteriore rispetto a quello presente. Altrimenti tutto ciò che si dice sul decentramento è scioccamente aprioristico o in pura malafede. Quanto ai collegamenti informativi del Quarticciolo - come di qualsiasi altro "luogo culturale" - col resto del mondo, sarebbero sufficienti a garantirgli i giornali murali e "l'Unità": e soprattutto il lavoro, che, in un simile contesto, assumerebbe naturalmente un altro senso, tenendo a unificare una buona volta, e per autodecisione, il tenore di vita con la vita.



lunedì 31 gennaio 2011

AFRICA

Ci sono momenti in cui è lecito sperare. Acoltare il rumore che fa la marcia delle coscienze libere ad ogni latitudine... La mortificazione non può durare all'infinito...La storia non è soltanto incubo.
polange
In Africa, si dice, i morti sono neri e le armi bianche. Sarebbe difficile trovare una sintesi più adeguata della successione di disastri che è stata e continua a essere, da secoli, l’esistenza nel continente africano.

Il luogo del mondo in cui si dice sia nata l’umanità non era certamente il paradiso terrestre quando i primi “esploratori” europei vi ci sono sbarcati (al contrario di quello che dice il mito biblico. Adamo non è stato espulso dall’eden, semplicemente non c’è mai entrato), ma, con l’arrivo dell’uomo bianco si sono spalancate, per i neri, le porte dell’inferno. Queste porte continuano a essere implacabilmente aperte, generazioni su generazioni di africani sono state sacrificate dinanzi alla mal celata indifferenza o all’impudente complicità dell’opinione pubblica mondiale.
Un milione di neri morti per la guerra, per la fame o per malattie che sarebbero potute essere curate, peserà sempre meno sul bilancio di qualsiasi paese dominatore e occuperà meno spazio nei notiziari rispetto alle quindici vittime di un serial killer. Sappiamo che l’orrore, in tutte le sue forme, le più crudeli, le più atroci e infami, incombe e rabbuia tutti i giorni, come una maledizione, il nostro disgraziato pianeta, ma l’Africa sembra essere diventata la sua zona preferita, il suo laboratorio sperimentale, il luogo in cui l’orrore si sente più a suo agio nel commettere nefandezze che giudicheremmo inconcepibili, come se i popoli africani fossero stati segnati alla nascita da un destino di cavie, su cui, per definizione, ogni genere di violenza è permessa, tutte le torture giustificate, tutti i crimini assolti.
Al contrario di quello che molti si ostinano a credere non ci sarà un tribunale di Dio o della Storia a giudicare le atrocità commesse dagli uomini sugli uomini. Il futuro, sempre così disponibile nel decretare questa tipologia di amnistia generale che è l’oblio mascherato da perdono, è anche bravo nell’approvare, tacitamente o esplicitamente, a seconda della convenienza dei piani economici, militari e politici, l’immunità a vita per gli autori diretti e indiretti dei più mostruosi gesti contro la carne e lo spirito.
È un errore consegnare al futuro l’incarico di giudicare i responsabili della sofferenza delle vittime di oggi, perchè questo futuro non smetterà di avere le sue vittime e allo stesso modo non saprà resistere alla tentazione di rimandare a un altro futuro ancora più lontano il meraviglioso momento della giustizia universale a cui molti di noi fingono di credere come la maniera più facile, e anche più ipocrita, di eludere responsabilità che spettano solo noi, e a questo presente che siamo. Si può capire qualcuno che si scusi dicendo: “Non sapevo”, ma è inaccettabile che si dica: “Preferisco non sapere”.
Il funzionamento del mondo ha smesso di essere il mistero che era, le leve del male sono sotto gli occhi di tutti, per le mani che le governano ormai non ci sono più guanti a sufficienza per nascondere le macchie di sangue. Dovrebbe essere quindi facile per chiunque scegliere tra il lato della verità e quello della menzogna, tra il rispetto umano e il disprezzo per l’altro, tra quelli che sono a favore della vita e quelli contro.
Tristemente le cose non vanno sempre così. L’egoismo personale, la pigrizia, la mancanza di generosità, le piccole vigliaccherie quotidiane, tutto questo ha contribuito a questa pericolosa forma di cecità mentale che consiste nello stare al mondo senza vederlo, o vederne solo quello che, in quel momento, è più utile ai nostri interessi.
In questi casi non possiamo desiderare altro che la coscienza venga a strattonarci con violenza per un braccio chiedendoci a bruciapelo: “Dove vai? Cosa fai? Chi credi di essere?”. Un’insurrezione di coscienze libere è quello di cui avremmo bisogno. Sarà ancora possibile?

di José Saramago
http://caderno.josesaramago.org/2009/08/11/africa/

domenica 16 gennaio 2011

GUTES NEUES JAHR!



Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale,
cucina, albergo, radio, fonderia,
in mare, su un aereo, in autostrada,
a chi scavalca questa notte senza un saluto,
bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta,
a chi fa una promessa, a chi l’ha mantenuta
a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando,
a chi non è stato invitato in nessun posto,
allo straniero che impara l’italiano,
a chi studia musica, a chi sa ballare il tango,
a chi si è alzato per cedere il posto,
a chi non si può alzare, a chi arrosisce,
a chi legge Dickens, a chi piange al cinema,
a chi protegge i boschi,
a chi spegne un incendio,
a chi ha perduto tutto e ricomincia,
all’astemio che fa uno sforzo di condivisione,
a chi è nessuno per la persona amata,
a chi subisce scherzi e per reazione un giorno sarà un eroe,
a chi scorda l’offesa,
a chi sorride in fotografia,
a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo,
a chi restituisce da quello che ha avuto,
a chi non capisce le barzellette,
all’ultimo insulto che sia l’ultimo,
ai pareggi, alle ics della schedina,
a chi fa un passo avanti e così disfa la riga,
a chi vuol farlo e poi non ce la fa,
infine bevo a chi ha diritto a un brindisi stasera
e tra questi non ha trovato il suo.


[ Dall'"Ospite incallito" di Erri de Luca - "Prontuario per il brindisi di capodanno"]


domenica 21 novembre 2010

CIASCUNO CRESCE SOLO SE SOGNATO


Sognare gli altri e sognarci come non siamo. Per andare oltre, per segnare il cammino. Rimettersi in marcia. Uscire dalla condizione antropologica di sviluppo senza progresso. Di saturazione economica senza coscienza e conoscenza. Transitare dalla iperdose di informazioni al poco della comprensione. Perché per capire bisogna andare al nocciolo, sfrondare ogni cosa fino al poco, fino al nulla. E di lì ricominciare.

polange


C’è chi insegna
guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c’è chi si sente soddisfatto
così guidato.


C’è chi insegna lodando
quanto trova di buono e divertendo:
c’è pure chi si sente soddisfatto
essendo incoraggiato.


C’è pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d’essere franco all’altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.


Danilo Dolci

QUESTIONE DI PAROLE


È solo una questione di parole, ma noi tutti sappiamo che le parole sono importanti.
- Perché le parole sono importanti?
- Se non sapete dire quello che pensate, Vostra Maestà, non riuscirete mai a sapere quel lo che dite.


L’ultimo imperatore , Bernardo Bertolucci

mercoledì 17 novembre 2010

LA RABBIA DEI BAMBINI


"Gli abbiamo detto che la rabbia non è bene
Bisogna vincerla, bisogna fare pace
Ma che essere cattivi poi conviene
Più si grida, più si offende e più si piace

Gli abbiamo detto che bisogna andare a scuola
E che la scuola com’è non serve a niente
Gli abbiamo detto che la legge è una sola
Ma che le scappatoie sono tante
Gli abbiamo detto che tutto è intorno a loro
La vita è adesso, basta allungar la mano
Gli abbiamo detto che non c’è più lavoro
E quella mano la allungheranno invano

Gli abbiamo detto che se hai un capo griffato
Puoi baciare maschi e femmine a piacere
Gli abbiamo detto che se non sei sposato
Ci son diritti di cui non puoi godere
Gli abbiamo detto che l’aria è avvelenata
Perché tutti vanno in macchina al lavoro
Ma che la società sarà salvata
Se compreranno macchine anche loro

Gli abbiamo detto tutto, hanno capito tutto
Che il nostro mondo è splendido
Che il loro mondo è brutto
Bene: non c’è bisogno di indovini
Per sapere che arriverà il futuro

Speriamo che la rabbia dei bambini
Non ci presenti un conto troppo duro.”

Bruno Togliolini : Rime di rabbia, Salani, 2010

domenica 15 agosto 2010

CORRENTE


Quanto guardare senza vedere...troppo movimento produce assenza di visione, secerne desiderio di futuro e compressione dei tempi per dimenticare il tempo. Per correre velocemente bisogna sbarazzarsi di pesi e contrappesi, una libertà fittizia che oscura le stelle e spegne il mondo intorno. Meglio fermarsi, ricordare, riconoscere, vedere, sognare, forse anche immaginare...riconquistare il tempo, i tempi, lo spazio del progettare e del divenire.
polange
CORRENTE
Chi cammina
s'intorbida.

L'acqua corrente
non vede le stelle.

Chi cammina
dimentica.
E chi si ferma
sogna

Federico Garcia Lorca



giovedì 29 luglio 2010

DAYDREAM

Sogno ad occhi aperti... I sogni vanno condivisi , le tele tessute, nella linea verticale che unisce chi trova senso e spazio nell'atto della levitazione, cercando il punto più prossimo all'indicibile.

polange


Giovanni Sollima - Sogno ad Occhi Aperti (Daydream) PART 1


sabato 24 luglio 2010

DINIEGO



"...consiste ne negare, nelle forme più svariate e ipocrite, l'esistenza di ciò che esiste e per giunta si conosce."


Umberto Galimberti, I vizi capitali e i nuovi vizi, 2003


Credo che non vi sia altro "vizio" non capitale ma collettivo, secondo la classificazione di Umberto Galimberti, più deleterio e codino di questo. Di origine freudiana, come quasi tutto il secolo che sa di non sapere tutta la verità su se stesso, questo male si dilata col dilatarsi dei megafoni della comunicazione, diventa un blob incandescente che annebbia la mente, per cui non vediamo più quello che vediamo ma solo quello che vogliamo vedere. Per Freud, infatti, era l'anticamera della pazzia.

Non è la rimozione, non è la negazione, il diniego, Verleugnung, è negare che le cose siano come sono e come si sa che sono. Dalla questione palestinese fino alle faccende di casa nostra, c'è di che trovare esempi di questa immoralità collettiva che scarica altrove la scienza e la coscienza dell'accadere.

polange

ADIRARSI



"Adirarsi è facile , ne sono tutti capaci, ma non è assolutamente facile, e soprattutto non è da tutti adirarsi con la persona giusta, nella misura giusta, nel modo giusto, nel momento giusto e per la giusta causa."


Aristotele, Etica a Nicomaco

venerdì 23 luglio 2010

silenzi

"La morte non è nel non poter comunicare ma nel non poter più essere compresi."

Pier Paolo Pasolini

Alla mia nazione


Alla mia nazione

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!


Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.

E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.

Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

Pier Paolo Pasolini









Pasolini: "Alla mia nazione" from IdeeperCordenons.tv on Vimeo.

mercoledì 21 luglio 2010


Viandante, sono le tue impronte
il cammino e nulla più;
Viandante non c'è un cammino
la via si fa con l'andare..."

Camminando si fa il cammino
e girando indietro lo sguardo
si vede il sentiero che mai
si deve tornare a calpestare.

Viandante non c'è un cammino
ma le stelle nel mare ...
Antonio Machado

NULLA E' IN REGALO


Nulla è in regalo,tutto è in prestito.
Sono indebitata fino al collo,sarò costretta a pagare per me con me stessa,a rendere la vita in cambio della vita.
E' così che è stabilito,il cuore va reso e il fegato va reso e ogni singolo dito.
E' troppo tardi per impugnare il contratto.
Quanto devo mi sarà tolto con la pelle.
Me ne vado per il mondo tra una folla di altri debitori.
Su alcuni grava l'obbligo di pagare le ali.
Altri dovranno,per amore o per forza,rendere conto delle foglie.
Nella colonna ''dare'' ogni tessuto che è in noi.
Non un ciglio,non un peduncolo da conservare per sempre.
L'inventario è preciso,e a quanto pare ci toccherà restare con niente.
Non riesco a ricordare dove,quando e perchè ho permesso che aprissero questo conto a mio nome.
La protesta contro di esso noi la chiamiamo anima.
E questa è l'unica voce che manchi nell'inventario...

Wislawa Szymborska

I PERSONAGGI DI BUFALINO


Torno su Gesualdo Bufalino e i suoi personaggi di romanzo. Oltre alle memorabili decrizioni dei personaggi di Dovstoevskj , i ritratti megli riusciti mi sembrano quelli di Emma Bovary, l’uomo del sottosuolo, Anna Karenina ,Padron ‘Ntoni e Auguste Dupin. Epitaffi sontuosamente e nostalgicamente barocchi di vite che ci somigliano.
Emma Bovary
Schiacciata, come si schiacciano due battenti, fra la platea brutale di tutti gli Homais della terra e le quinte dipinte e pesanti dei suoi fantasmi di biblioteca, la povera infedele di provincia recita fino alla morte inscena, con arsenico vero, il suo assolo di primadonna. Incarnazione di non so quante creature illuse da una nuvola o da una parola; alter ego dello stesso autore, di cui accusa, dietro il falso marmo della sintassi, gli ardori nascosti e l’invincibile credulità nelle maschere della passione.

L’uomo del sottosuolo
Persa ogni speranza di palingenesi universale, barattato Fourier con Stirner, un uomo s’ammutina contro la società e la storia, sceglie di murarsi vivo nella propria tenebra, di cibarsi solo delle immondizie del proprio io. Da allora la sua esistenza sarà quella del sotterrato, la sua voce un lamento in falsetto, una confessione abietta, dove dileggio e pietà di sé, biffonaggine e disperazione s’impastano. Nella tana che gli è ventre e , pietosamenteveramente un insetto., uno di quei vermi come se ne vedono se si rivolta una pietra. Ci riuscirà più tardi a Praga una mattina, svegliandosi, e si chiamerà Gregorio Samsa.

Anna Karenina
L’adulterio nella meteorologia amoriosa dell’Ottocento è non di rado un’acquata di priomavera. Per Anna Karenina è l’alluvione che spacca la diga. Da quando Vronskij le apparve, nel suo fatuo splendore di denti e spalline, non esistono più per lei, benchè un po’ insista a rispettarli, né l’alfabeto mondano né il codice dei valori morali. Finirà sotto le ruote di un treno, pietosamente, chiudendo tra una banchina e l’altra di una stazione il curricolo nero della sua deroga. E’ una vendetta del cielo? E Anna la meritava? O non la meritava piuttosto il mondo che la spinse alla morte? Per bocca di san paolo l’epigrafe del conte Tolstoj ambiguamente risponde: “La vendetta è mia; io ti ripagherò”.

Padron ‘Ntoni
Amico mare, amaro mare: truvatura e banca sempre aperta di pesci che diventano onze e tarì; ma pesce, esso stesso, tutto bocca e denti, che si mangia senza differenza le paranze dei poveri e le corazzate dei re. E si piglia sudore e sangue, si piglia i figli. E, quando non ammazza, invecchia: storpia le mani, secca la pelle, storce le ossa. Così per tanti, così per padron ‘Ntoni. Ma del suo crescere lento in statua, in un’aria di domestico epos; del suo sopravvivere, come durano, anche fulminate, le querce; della sua indomita fanciullezza di cuore, quando guarda come un cefalo guizzare nuova nuova la “Provvidenza” sulle onde, ci ricorderemo.

Auguste Dupin
Mesmeriche Ligeie , cavalli a galoppo nella tempesta, specchi abitati da ombre, Morti Rosse e Pesti truccate da re…Ma l’iconografia gotica, più che un’eredità di spaventi scolastici è in Poe il suo stesso cardiogramma, mentre soccombe al mal di mare dell’invisibile. Lui che pretendeva di mettere le briglie al caos, di costruire una poesia come si costruisce, con regolo e filo a piombo, una casa…E allora si veste da Auguste Dupin, e con l’aiuto dell’ultimo pezzetto di cervello che l’alcool gli ha risparmiato, traccia su una lavagna la grande superstite sezione aurea di una verità di ragione.

DOBBIAMO RIFARE NOI STESSI



(Robert Delaunay, Fenetres Ouvertes Simultanement, 1912 o/c)


E’ da molto tempo che desidero postare questo brano. Credo sia giunto il momento.
Giacomo Ulivi, 19 anni nel 1944, studente all’università di Parma, facoltà di legge. E’ staffetta tra il Cnl di Parma e di Carrara e gli inglesi. Viene catturato , fugge per ben due volte ma la terza gli è fatale; a Modena le Brigate Nere lo imprigionano e lo torturano. La mattina del 10 novembre verrà fucilato sulla piazza Grande di Modena insieme ad altri due partigiani. Questa è la lettera che riuscì a far giungere agli amici prima dell’arresto:

Cari amici,
vi vorrei confessare innanzi tutto, che tre volte ho strappato e scritto questa lettera. L’avevo iniziata con uno sguardo in giro, con un sincero rimpianto per le rovine che ci circondano, ma, nel passare da questo argomento di cui desidero parlarvi, temevo di apparire "falso", di inzuccherare con un patetico preambolo una pillola propagandistica. E questa parola temo come un’offesa immeritata: non si tratta di propaganda ma di un esame che vorrei fare con voi.


Invece dobbiamo guardare ed esaminare insieme: che cosa? Noi stessi. Per abituarci a vedere in noi la parte di responsabilità che abbiamo dei nostri mali. Per riconoscere quanto da parte nostra si è fatto, per giungere ove siamo giunti. Non voglio sembrarvi un Savonarola che richiami il flagello. Vorrei che con me conveniste quanto ci sentiamo impreparati, e gravati di recenti errori, e pensassimo al fatto che tutto noi dobbiamo rifare. Tutto dalle case alle ferrovie, dai porti alle centrali elettriche, dall’industria ai campi di grano.

Ma soprattutto, vedete, dobbiamo fare noi stessi: è la premessa per tutto il resto. Mi chiederete: perché rifare noi stessi, in che senso? Ecco per esempio, quanti di noi sperano nella fine di questi casi tremendi, per iniziare una laboriosa e quieta vita, dedicata alla famiglia e al lavoro? Benissimo: è un sentimento generale, diffuso e soddisfacente. Ma, credo, lavorare non basterà; e nel desiderio invincibile di "quiete", anche se laboriosa è il segno dell’errore. Perché in questo bisogno di quiete è il tentativo di allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione politica. È il tremendo, il più terribile, credetemi, risultato di un’opera di diseducazione ventennale, di diseducazione o di educazione negativa, che martellando per vent’anni da ogni lato è riuscita ad inchiodare in molti di noi dei pregiudizi.
Fondamentale quello della "sporcizia" della politica, che mi sembra sia stato ispirato per due vie. Tutti i giorni ci hanno detto che la politica è un lavoro di "specialisti". Duro lavoro, che ha le sue esigenze: e queste esigenze, come ogni giorno si vedeva, erano stranamente consimili a quelle che stanno alla base dell’opera di qualunque ladro e grassatore. Teoria e pratica concorsero a distoglierci e ad allontanarci da ogni attività politica. Comodo, eh? Lasciate fare a chi può e deve; voi lavorate e credete, questo dicevano: e quello che facevano lo vediamo ora, che nella vita politica – se vita politica vuol dire soprattutto diretta partecipazione ai casi nostri – ci siamo stati scaraventati dagli eventi.

Qui sta la nostra colpa, io credo: come mai, noi italiani, con tanti secoli di esperienza, usciti da un meraviglioso processo di liberazione, in cui non altri che i nostri nonni dettero prova di qualità uniche in Europa, di un attaccamento alla cosa pubblica – il che vuol dire a sé stessi – senza esempio forse, abbiamo abdicato, lasciato ogni diritto, di fronte a qualche vacua, rimbombante parola? Che cosa abbiamo creduto? Creduto grazie al cielo niente, ma in ogni modo ci siamo lasciati strappare di mano tutto, da una minoranza inadeguata, moralmente e intellettualmente.

Questa ci ha depredato, buttato in un’avventura senza fine; e questo è il lato più "roseo", io credo: Il brutto è che le parole e gli atti di quella minoranza hanno intaccato la posizione morale; la mentalità di molti di noi. Credetemi, la "cosa pubblica" è noi stessi: ciò che ci lega ad essa non è un luogo comune, una parola grossa e vuota, come "patriottismo" o amore per la madre in lacrime e in catene vi chiama, visioni barocche, anche se lievito meraviglioso di altre generazioni. Noi siamo falsi con noi stessi, ma non dimentichiamo noi stessi, in una leggerezza tremenda. Al di là di ogni retorica, constatiamo come la cosa pubblica sia noi stessi, la nostra famiglia, il nostro lavoro, il nostro mondo, insomma, che ogni sua sciagura è sciagura nostra, come ora soffriamo per l’estrema miseria in cui il nostro paese è caduto: se lo avessimo sempre tenuto presente, come sarebbe successo questo? L’egoismo – ci dispiace sentire questa parola - è come una doccia fredda, vero?

Sempre tutte le pillole ci sono state propinate col dolce intorno; tutto è stato ammantato di rettorica. Facciamoci forza, impariamo a sentire l’amaro; non dobbiamo celarlo con un paravento ideale, perché nell’ombra si dilati indisturbato. E’ meglio metterlo alla luce del sole, confessarlo, nudo scoperto, esposto agli sguardi: vedrete che sarà meno prepotente. L’egoismo, dicevamo, l’interesse, ha tanta parte in quello che facciamo: tante volte si confonde con l’ideale. Ma diventa dannoso, condannabile, maledetto, proprio quando è cieco, inintelligente. Soprattutto quando è celato. E, se ragioniamo, il nostro interesse e quello della "cosa pubblica", insomma, finiscono per coincidere. Appunto per questo dobbiamo curarla direttamente, personalmente, come il nostro lavoro più delicato e importante. Perché da questo dipendono tutti gli altri, le condizioni di tutti gli altri. Se non ci appassionassimo a questo, se noi non lo trattiamo a fondo, specialmente oggi, quella ripresa che speriamo, a cui tenacemente ci attacchiamo, sarà impossibile. Per questo dobbiamo prepararci. Può anche bastare, sapete, che con calma, cominciamo a guardare in noi, e ad esprimere desideri. Come vorremmo vivere, domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere!
Ricordate, siete uomini, avete il dovere se il vostro istinto non vi spinge ad esercitare il diritto, di badare ai vostri interessi, di badare a quelli dei vostri figli, dei vostri cari. Avete mai pensato che nei prossimi mesi si deciderà il destino del nostro Paese, di noi stessi? Quale peso decisivo avrà la nostra volontà se sapremo farla valere? Che nostra sarà la responsabilità, se andremo incontro ad un pericolo negativo. Bisognerà fare molto. Provate a chiedevi in giorno, quale stato, per l’idea che avete voi stessi della vera vita, vi pare ben ordinato: per questo informatevi a giudizi obbiettivi. Se credete nella libertà democratica, in cui, nei limiti della costituzione, voi stessi potreste indirizzare la cosa pubblica, oppure aspettare una nuova concezione, più egualitaria della vita e della proprietà. E se accettate la prima soluzione, desiderate che la facoltà di eleggere, per esempio sia di tutti, in modo che il corpo eletto sia espressione diretta e genuina del nostro Paese, o restringerla ai più preparati oggi, per giungere ad un progressivo allargamento? Questo ed altro dovete chiedervi. Dovete convincervi, e prepararvi a convincere, non a sopraffare gli altri, ma neppure a rinunciare.
Oggi bisogna combattere contro l’oppressore. Questo è il primo dovere per noi tutti: ma è bene prepararsi a risolvere quei problemi in modo duraturo, e che eviti il risorgere di essi ed il ripetersi di tutto quanto si è abbattuto su di noi.
Termino questa lunga lettera un po’ confusa, lo so, ma spontanea, scusandomi ed augurandoci buon lavoro.

( Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, Einaudi, Torino, 1952)



I PERSONAGGI DI ROMANZO


In Dizionario dei personaggi di romanzo, Bufalino si diverte a ritrarre con la sua prosa mirabile e barocca i destini delle creature di carta che tutti conosciamo, da Don Chisciotte all’Innomable di Beckett, e giustifica così in una indimenticabile e ironica introduzione la sua scelta apparentemente bovina alla Bouvard e Pecuchet:


“ Come ogni appassionato di squartamenti – tigre ircana o critico strutturalista – il compilatore di antologie è individuo nocivo, da fidarsene poco. Di lingua subdola, di mano spiccia, di smisurata superbia, egli meriterebbe il bando dalle pubbliche biblioteche, se la sua oepra non si rivelasse provvidenziale nelle emergenze di apocalisse prossima ventura, quando non ci vuol meno dei suoi coltelli da cuciniere per fornire ai clienti delle catacombe il Libro dei Libri, surrogatorio d’ogni altro, tascabile lingotto di lacerti pressati, da nascondere in fretta nella valigia, fra una borraccia e il rasoio, subito dopo lo quillo della prima tromba del cherubino. Siamo tanto? E’ probabile, i roghi di Fahrenheit 451 li abbiamo già visti divampare per prova sulla pagina e sullo schermo; e in quanto al calendario 1984, credo che il proto abbia cominciato da tempo a licenziare le bozze. Ahimè, a quel che sembra, i poeti sballano solo le profezie più ottimistiche, mentre non falliscono mai né un diluvio né una caduta di Troia. Sicchè a questo punto prudenza vuole che ognuno si nomini da solo Deucalione e Noè, e metta mano a salvare almeno un compendio dello scibile che più gli preme. Del romanzo, in particolare, i simulacri dei personaggi più memorandi, così come ci vengono incontro sulla soglia, mentre provano i gesti dellìesordio e fanno amicizia col lettore, col caldo della vita, con la voce che li battezza. Un arbitrio, lo sappiamo (ma eluderlo sarebbe più difficile che condannarlo); un arbitrio e un azzardo: sottoposti a una chirurgia tanto efferata, estirpati dal traliccio di vicende che li sorregge e li nutre, umiliati in un’arida fila indiana, cronologica e alfabetica, è inevitabile ch’essi finiscano col comporre un album di sinopie burocratiche e utilitarie; qualcosa come un casellario giudiziario o una vetrina di farfalle, ciascuna col suo spillino nell’addome imbalsamato; se non addirittura uno di quei campioni di veneri venali che si esibiscono in visione ai commendatori in trasferta…Toccherà infine al lettore, se Dio vuole, giustificare manomissioni così disinvolte , quando sappia giovarsene a ricomporre, non diversamente da un fossile o da un calco pompeiano, le fattezze della figura originaria; e a cucirsi con le singole pezze un solo grande romanzo-arlecchino, un film-monstre dall’ineguagliavile cast.
[…] Ci troviamo un tal caso alla presenza di quelli che si è convenuto di chiamare “eroi culturali”, archetipi solenni e stazioni carovaniere, poste a scandire lungo le piste del tempo la musica senza fine dell’uomo. Lord Jim, Crotcaia, Tartarino, Ukiko Makioka…così rispondono, se a caso li chiamiamo per nome, gli abitanti di questo territorio invisibile: la nostra patria più vera. Averli messi in fila qui di seguito come parole di un simultaneo discorso, avrà giovato almeno a sancire la loro obbligatoria complicità e interazione reciproca. Quasi fossero l’anagrafe di una sola mitopea gigantesca, scritta da una sola innumerevole mano, e fra loro si amassero, colluttassero, grandando chiedessero a tutti i costi di vivere e di somigliarci.” (G. Bufalino)

LE COSMOGONIE DI GESUALDO BUFALINO



Gesualdo Bufalino, lo scrittore siciliano che disse di sé:
"Una vita come tante, due tre malattie intere, due tre mezzi amici, un umor malinconico con vampate d’ilarità; un cristianesimo ateo e tremante, inetto a capire se l’universo sia salute o metastasi, grazia o disgrazia; un odio della storia: lastrico di fossili ideologici, collana inerte di errori; un trasporto per ciò che dura e resiste - luoghi, solidali gerghi, abitudini oneste, strette di mano - nel fondo della mia provincia sperduta. In letteratura un amor di menzogna e di musica, purchè radicate nel punto favoloso e geometrico del dolore e della memoria. Cose che ho amato o amo: il blues, Verdi e Mozart, il cinema muto, le stampe (belle o brutte) del seicento, Proust e Leopardi, gli epistolari, una canzone francese, che so io, i problemi scacchi ... Dimenticavo: "Le clair de lune quand le, clocher sonnait douze", nelle notti d’oscuramento, quarant’anni fa. P.S. Il libro per la solita isola? Un vocabolario".

Con i suoi libri riaffiora uno scampolo di mondo che da adolescente respiravo e che ora non c’è più se non in me, nella memoria che resiste e si contamina di presente. Ma forse così deve essere. Es Muss sein. Bufalino scriveva con il suo solito tono da voyant che «forse è veramente cominciato il tracollo dell'umanesimo che amammo, forse si tratta solo d'una pausa prima d'un nuovo imprevedibile balzo. Nessuno può escludere che in questo stesso momento, in un asilo infantile di non so dove, un nuovo Dante, un nuovo Shakespeare stia con piccole dita incerte scarabocchiando su un foglio bianco le prime sillabe di un nuovo, inaudito alfabeto...»
(Essere o riessere)

E’ stato lo scrittore forse involontario della “sicilitudine” come disse Sciascia, non di una sola isola ma della pluralità delle Sicilie anche se proveniva dalla Sicilia “babba”:

"… le Sicilie sono tante, non finirò di contarle. Vi è la Sicilia verde del carrubo, quella bianca delle saline, quella gialla dello zolfo, quella bionda del miele, quella purpurea della lava.
Vi è una Sicilia “babba”, cioè mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia “sperta”, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode. Vi è una Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell’angoscia della roba, una che recita la vita come il copione di carnevale … "

LA FORTEZZA BASTIANI


Resisterà alle dolci lusinghe la Fortezza Bastiani?
Bugiardi imbonitori l'assediano
con violenze degne di Tamerlano
Resisterò andando incontro al piacere
ascoltando il respiro trattenendo il calore
su un'altra forma d'onda intonerò il mio pensiero
Ho camminato girando a vuoto
senza nessuna direzione
mi tiene immobile nei limiti
l'ossessione dell'Io

Mi ritrovai seduto su una panchina
al sole di febbraio
un magico pomeriggio dai riflessi d'oro
e mi svegliai con l'aria di pioggia recente
che aveva lasciato frammenti di gioia

Franco Battiato




mercoledì 30 giugno 2010

IMPARARE A NUOTARE

A poco serve restare a riva come quei cormorani impediti nel volo dal catrame, risultato drammatico dell'agire scriteriato di chi non ha che denaro per misurare la vita sulla terra, il valore indifferente di ogni oggetto e di ogni umano intorno. L'Italia degli ultimi anni somiglia a quei volatili ai quali è stato sottratto il cielo e consegnati ad un goffo passo sulla terra,impeciati,rattrappiti e spaventati.
polange


«Per vent’anni abbiamo vissuto sotto l’ala di un turbine: globalizzazione economica e trasformazione politica. Due metamorfosi insieme: post-industriale e post-democristiana. L’Italia di oggi ci restituisce per mille segni l’immagine di un Paese provato, che perde colpi di continuo. E soprattutto con un motore politico penosamente inadeguato, incapace di autentica innovazione, che non fa nulla se non pasticciando, e alla fine non sembra concepire altra missione tranne la pura conservazione di se stesso e del ceto che lo controlla. Ma altre volte siamo stati capaci di riagguantare all’ultimo istante il filo della nostra storia. La posta in gioco è troppo importante per rassegnarsi, e dopotutto siamo qualcosa di più di un piccolo angolo di mondo.»

Aldo Schiavone (da L'Italia contesa, 2009)


Forse, bisognerebbe acuire la vista e scorgere uno spiraglio, sperare una speranza,immaginare un inizio, riempire gli interstizi di senso e di agire, riconquistare le passioni, blandire il futuro con parole nuove non solo di sdegno ma anche di deciso, fiero riscatto... dentro il disastro dell'etica, del pensiero e del tessuto civile, costruire un racconto differente, una Storia che illumini.
polange

"Nel cuore del Paese si sta aprendo un enorme spazio vuoto – non soltanto di politica, ma di pensiero e di autoidentificazione civile. Bisogna tuffarcisi dentro e nuotare. Nuotare molto."

Aldo Schiavone (da L'Italia contesa, 2009)

CHI SCOMMETTE SUL FUTURO DELL'EUROPA?


È cominciata con la crisi in Grecia, poi il maxi-scudo da 750mila euro contro la speculazione in Borsa, poi le giornate nere con gli attacchi ripetuti alle piazze di Milano e Madrid e poi ancora le riforme e il “regime controllato” dei conti pubblici degli stati nazionali. Cosa sta accadendo all’Europa? È colpa di qualche ditino incauto sui terminali di Wall Street? Colpa delle invise agenzie di rating oppure di un complotto del mercato speculativo ai danni delle moneta unica europea? Sul terreno tutto virtuale della finanza globale sembra essersi mossa l’offensiva all’economia reale degli “stati sovrani” europei nel tentativo di far saltare il banco. Questa volta si gioca con gli hedge funds congegnati per scommettere in maniera scellerata sul collasso debitorio dell’eurozona. Che la Grecia fosse solo la punta dell’iceberg lo si era capito dal fatto che dopo il via libera agli aiuti le Borse avevano continuato la loro pericolosa discesa e le divisioni mostrate all’interno degli stati membri, comprese le esitazioni un po’ spocchiose della Germania, davano la conferma di quanto percepito nei santuari della finanza: la debolezza politica dell’Unione Europea.
Il difetto genetico dell’Unione Europea risiede nella sua costruzione che ha prodotto una moneta, l’euro, senza stato e senza governo. Maastricht con la sua clausola di esclusione si è rivelato una gabbia e il patto di stabilità nient’altro che una serie di indicazioni senza nessuna vera autorità di sorveglianza. Nella società mondiale del rischio, in cui ogni paese è connesso, non esistono élite che si salvino, tra l’altro, gettando a mare la zavorra, come la Germania aveva pensato di fare nel caso greco. Il Vecchio continente si mostra così impigliato in altre logiche rispetto a quel progetto democratico visionario che i padri dell’Europa avevano sostenuto e in parte realizzato.
Dal manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli fino al venerdì nero delle borse sembra concludersi una stagione iniziata con il sogno di un’area comune ispirata agli alti valori democratici e finita nell’euroscetticismo di “piccole patrie” dominate da grandi egoismi. L’impasse di una unione di stati nazionali potrebbe trovare soluzione soltanto in un ritrovato progetto unitario, una sfida della quale parla Joschka Fischer, il ministro degli Esteri tedesco quando rilancia l’idea dello Stato Europa, una entità geopolitica in grado di sbaragliare le disuguaglianze e le discriminazioni in un disegno condiviso che coinvolga i cittadini e la politica, non incagliato nelle secche dei mercati o dei burocrati di palazzo. Insomma, la paura del tracollo sembra spingere l’Europa verso quel grande e antico sogno di un reale “governo” della moneta unica. Solo così il cammino inceppato dell’Unione troverebbe la sua ripresa. Bisognerebbe che gli stati nazionali cedessero le loro fette di potere e che si impegnassero a colmare le disomogeneità politiche, economiche e culturali nell’eurozona, lanciando strategie di azione ispirate alla cooperazione piuttosto che al mero particulare. Le misure draconiane in campo finanziario chieste ai paesi membri meno virtuosi non apparirebbero così una punizione inflitta dagli stati “virtuosi” e operosi. Anche il padre dell’Europa Jacques Delors considera la mancanza di cooperazione il vero tallone d’Achille dell’Europa. Infatti, il clima attuale è per tutti al limite dell’eurofobia: i britannici disincantati, i tedeschi e i francesi praticamente alle corde mentre ovunque trionfano piccoli nazionalismi ed antichi pregiudizi. Nella storia dell’Unione, dalla gestazione dell’euro fino alla crisi incombente ha pesato sempre il fattore etnico, la differenza antropologica e culturale tra gli stati “virtuosi” e gli stati lassisti (i “Piigs”), per cui da una parte i nordici con il loro rigore e dall’altra greci, portoghesi, spagnoli, italiani fraudolenti per vocazione, geneticamente approntati all’approssimazione. Finché questi pregiudizi e stereotipi troveranno terreno fertile, sorretti da un’opinione pubblica foraggiata da leader politici miopi che cavalcano la paura e l’egoismo, nulla di condiviso e di veramente duraturo potrà aver luogo in Europa. Il laboratorio Europa va rimesso in moto e presto perché gli stati membri sanno bene che, come recita il Manifesto di Ventotene: “la via da percorrere non è facile né sicura – ma deve essere percorsa e lo sarà".

Angela Poli

martedì 18 maggio 2010

Un pezzo di poesia viva che se ne va...




Un saluto a Edoardo Sanguineti, poeta dell'avanguardia e del canto anarchico disancorato dalla sterilità del consolidato...a questo viaggiatore temerario del mare aperto auguriamo un buon tragitto nell'al di là...



"... se oggi dovessi dire, in breve, quale sia la pulsione profonda da cui è nata tutta la moderna poesia, direi che tale pulsione è quella dell'anarchia. E' questo impulso che mi ha fatto scrivere, una volta, a conclusione di una poesia del 1976, come proposta di autoepitaffio: "Non ho creduto in niente". E il problema di un poeta, oggi, rimane sempre per me, come per i suoi lettori del resto, quello di trasformare l'impulso alla rivolta in una proposta di rivoluzione, e fare della propria miscredenza un progetto praticabile". Edoardo Sanguineti





Tra le molte poesie che amo di questo poeta dell'avventura e della sperimentazione ce n'è una, piuttosto nota, che ne denota la straodinaria sensibilità, lo spirito visionario e la capacità di essere sempre "uber",in avanti, in una prospettiva che si inchina con passione alle poche, ahimè, neglette verità del creato.



La ballata delle donne di Edoardo Sanguineti

Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

Femmina penso, se penso l’umano
la mia compagna, ti prendo per mano.

da “Il gatto lupesco (poesie 1982-2001)”

giovedì 6 maggio 2010

PICCOLE TAUTOLOGIE


perchè oggi è oggi...because today is today. Piccole tautologie alla Gertrude Stein, gatti che si mordono la coda, serpenti che camminano in circolo, ritorni e partenze, il motto ben noto di Maria Stuarda "in the end is my beginning"...oh, "fear no more the heat of the sun" , non temere i raggi del sole declama l'attore shakespeariano in ogni angolo del mondo. Noi, stamattina, leggiamo W.B. Yeats, because today is today...

Feci al mio canto un mantello
Coperto coi ricami delle antiche
Mitologie, dai piedi fino al collo;
Ma gli sciocchi
Lo presero per loro, lo indossarono
Davanti agli occhi del mondo
Quasi che loro l'avessero cucito.

Canzone, lascia pure
Che se lo tengano, perché
Ci vuole più coraggio a camminare nudi.


I MADE my song a coat
Covered with embroideries
Out of old mythologies
From heel to throat;
But the fools caught it,
Wore it in the world’s eyes
As though they’d wrought it.
Song, let them take it
For there’s more enterprise
In walking naked.

William Butler Yeats, 1914

lunedì 3 maggio 2010

LE NOSTRE ISOLE





Tanto tempo fa ormai. Niente più che un’uscita dall’isola del Mito e un ingresso nell’isola della Storia.
A volte, è bello ricordare il Mito e continuare a camminare dentro la Storia.
Ci sono fili che non si spezzano mai. Nessun abbandono è mai definitivo.


Quella, che tu credevi un piccolo punto della terra,
fu tutto.
E non sarà mai rubato quest'unico tesoro
ai tuoi gelosi occhi dormienti.
Il tuo primo amore non sarà mai violato.

Virginea s' è rinchiusa nella notte
come una zingarella nel suo scialle nero.

Stella sospesa nel cielo boreale
eterna: non la tocca nessuna insidia.

Giovinetti amici, più belli d'Alessandro e d'Eurialo,
per sempre belli, difendono il sonno del mio ragazzo.
L'insegna paurosa non varcherà mai la soglia
di quella isoletta celeste.

E tu non saprai la legge
ch'io, come tanti, imparo,
- e a me ha spezzato il cuore:

fuori del limbo non v' è eliso.

E. MORANTE, L 'Isola di Arturo, Dedica, 1957

GERMINAZIONI CREATIVE


Alberto Savinio è una delle menti più curiose ed eccentriche che abbiano riempito la mia adolescenza, quando ci si ammala si ritorna un po’ alle radici, si cerca un approdo solido, compatto, ed eccomi tornata a sfogliare i suoi scritti dispersi tra guerra e dopoguerra nell’edizione introdotta da Leonardo Sciascia. Un classico Bompiani comperato da una bancarella di Via Po a Torino quando a vent’anni, il primo stipendio da supplente sembrava permettermi il lusso di questo ambito acquisto. Nel suo articolo “letture da infermi” appunto, egli obietta al riposo del corpo e della mente prescritto dal medico: “quale miglior riposo della mente del fermare il nostro pensiero, e blandamente seguire sulla pagina scritta il pensiero altrui?” E quindi descrive con arguzia i libri che ha letto e di quelli che ha riletto : una biografia di Bach di Alfredo Casella, Sull’intensità degli stati psicologici di Bergson, le Passeggiate italiane, Roma e dintorni di Ferdinando Gregorovius.
“Quando l’organismo funziona bene, in altre parole quando non lo sentiamo funzionare, sentimenti e pensieri sgorgano, e nulla ci segnala “come” sgorgano. Ma quando l’organismo non funziona bene (e questo era il caso mio) petto, spalle, braccia, collo, tempie segnalano dolorosamente lo sgorgare di sentimenti e pensieri; e l’intensificarsi di un sentimento, l’approfondirsi di un pensiero. Che misurazione precisa! J’ai mal à l’ame si diceva una volta. Ma qui si tratta di ben altra cosa.”

Ho letto Savinio e riletto Vite di Corsa di Zygmunt Baumann, I Funamboli di Giorgio Melchiori con l’analisi del celebre passo joyciano sull’incubo della storia.: Stephen Dedalus nel secondo capitolo dell’Ulysses ha il compito di tenere una lezione di storia su Racconti sulla Grecia e su Roma di Peter Parley :

“Lei, Cochrane, che città lo mandò a chiamare?”
“Taranto, professore”.
“Benissimo, e allora?”
“C’è stata una battaglia professore”
“Benissimo, dove?”
La faccia vuota del ragazzo interrogò la finestra vuota.

Il senso della Storia di Joyce esule nel cuore dell’Europa, non più cronaca ma distruzione delle dimensioni storiche, del tempo e dello spazio, emerge dal monologo di Stephen ma anche dall’argomento stesso della sua lezione di storia, cioè Pirro con la sua ben nota affermazione “un’altra vittoria come questa e siamo spacciati”.

Altra lettura per me: il libro degli esseri immaginari di Borges, libro non scritto per una lettura consecutiva, quindi adatto ad una fastidiosa malattia. “Vorremmo che i curiosi lo frequentassero, come chi gioca con le forme mutevoli rivelate da un caleidoscopio” scrive l’autore nella prefazione. Ho riletto di Abtu e Anet , i due pesci identici e sacri della mitologia egizia che nuotano davanti alla nave di Ra, dio del sole, per prevenirlo contro qualsiasi pericolo. Di giorno la nave viaggia nei cieli, da oriente ad occidente; di notte, sotto terra, in direzione inversa. Chissà se ognuno di noi è preceduto da questa coppia divina e tutelare. Io ne ho due di sicuro.

E Savinio infine, mente duttile e profonda, erudito del sentire e del pensare come facoltà “nobili” , a suo avviso “del tutto separate dall’organismo”. Finisce così il suo articolo scritto sul Corriere dell’informazione il 27-28 novembre del 1950

“Altra lettura: Germania di Enrico Heine. Più di quarant’anni che non riprendevo in mano questo libretto. Alle prime parole la musica echeggiò, il mare brillò. La riprova che in un autore c’è germinazione creativa è che la sua germinazione creativa, si trasfonde in noi.

Dimenticai la malattia, uscii dal letto.”

Non sono del tutto guarita, ma la germinazione creativa delle mie letture caleidoscopiche in qualche modo ha operato in positivo.



polange

I MODELLI , LA RIVOLTA E L’ABBANDONO





Pensavo: tra la libertà e la costrizione vi è un passaggio stretto che porta alla rivolta lucida e definitiva come quella di uno strappo dovuto a chi ci ha segnato, guidato e offerto dei modelli. La condizione dell’essere che si affranca dai modelli per divenire se stesso è al tempo stesso una libertà e un abbandono.
L’essere che resta dentro i gangli dell’autorità e dei modelli, mentali, culturali, filosofici e politici è destinato alla necrosi, all’immobilismo che non disegna forme di vitalità scorrevoli né inventa mondi e possibilità di esistenze. Nel pubblico e nel privato, scegliersi ha sempre un prezzo, è una libertà che libera e che imprigiona nelle maglie di un “io” che si offre alla navigazione a mare aperto, alla solitudine e all’abbandono, alla ricerca di nuove isole, di altre esperienze fuori dall’egida asfittica del totalitarismo ammorbante dei modelli.

Nelle Mosche di Sartre il dialogo tra Oreste e Giove è quello di un essere che vuole essere se stesso e un Dio che intrappola e non comprende come mai si possa non ubbidire alle sue leggi, alla sua persona. Oreste non cede se stesso e la sua libertà in cambio di un po’ di sicurezza. Ne avrà guadagnato la vita.

Oreste: Straniero a me stesso, lo so. Fuori della natura, contro la natura. Senza scusa, senza’altro senza rifugio che in me. Ma non ritornerò sotto la tua legge: io sono condannato a non avere altra legge che la mia. Non ritornerò alla tua natura: mille strade conducono a te, ma io non posso seguire che la mia. Perché sono un uomo, Giove, e ogni uomo deve inventare la propria strada. La natura ha orrore dell’uomo, e anche tu, tu, sovrano degli dei, hai orrore degli uomini.

Giove: E’ vero. Quando gli uomini sono simili a te, io li odio.

Oreste: Sta’ attento: hai confessato la tua debolezza. Io non ti odio. Che abbiamo in comune, tu e io? Passeremo uno accanto all’altro senza toccarci, come due navi.Tu sei un Dio, io un uomo libero: egualmente soli ed eguale è la nostra angoscia. Chi ti dice che io non abbia cercato il rimorso durante questa lunga notte? Il rimorso. Il sonno. Ma io non posso pià aver rimorso. Né dormire. (una pausa)

Giove: Che conti fare?

Oreste: Gli uomini d’Argo sono i miei uomini. Devo aprire gli occhi a costoro.

Giove: Povera gente! Stai per donare a questi tuoi uomini solitudine e vergogna, per strappare il panno con cui io li avevo ricoperti e mostrargli d’un tratto la loro esistenza, la loro oscena e sciocca esistenza, che hanno avuto in cambio di niente.

Oreste: Perché negare a costoro la disperazione che è in me, poiché tale è la loro sorte?

Giove: Che ne faranno?

Oreste: Quello che vorranno: sono liberi e la vita dell’uomo comincia al di là della disperazione.

Polange

mercoledì 24 marzo 2010

Difesa dell'allegria



Difendere l’allegria come una trincea
difenderla dallo scandalo e dalla routine
dalla miseria e dai miserabili
dalle assenze transitorie
e da quelle definitive

difendere l’allegria come un principio
difenderla dallo sbalordimento e dagli incubi
dai neutrali e dai neutroni
dalle dolci infamie
e dalle gravi diagnosi

difendere l’allegria come una bandiera
difenderla dal fulmine e dalla malinconia
dagli ingenui e dalle canaglie
dalla retorica e dagli arresti cardiaci
dalle endemie e dalle accademie

difendere l’allegria come un destino
difenderla dal fuoco e dai pompieri
dai suicidi e dagli omicidi
dalle vacanze e dalla fatica
dall’obbligo di essere allegri

difendere l’allegria come una certezza
difenderla dall’ossido e dal sudiciume
dalla famosa patina del tempo
dalla rugiada e dall’opportunismo
dai prosseneti della risata

difendere l’allegria come un diritto
difenderla da Dio e dall’inverno
dalle maiuscole e dalla morte
dai cognomi e dalle pene
dal caso
e anche dall’allegria

Mario Benedetti

bottiglia nel mare



El mar es un azar
- Vincente Huidobro


Affido questi sei versi alla mia bottiglia nel mare
con il segreto proposito che un giorno
giunga ad una spiaggia quasi deserta
e un bambino la trovi e la stappi
e invece che versi estragga piccole pietre
e aiuti e ammonimenti e lumache.


Mario Benedetti

la vertigine senza modernità



In noi vi sono tutte le passioni
e tutti i vizi
e tutti i soli e le stelle
abissi e alture,
alberi, animali, boschi, fiumi.
Questo siamo.
Le nostre esperienze
sono nelle nostre vene,
nei nostri nervi.
Vacilliamo.
Ardenti
tra grossi blocchi di case.
Sopra ponti d'acciaio.
Luce da mille tubi
ci avvolge,
e mille notti violette
incidono rughe profonde
nei nostri volti.



George Grosz


E’ proprio lui, il disegnatore e pittore tedesco del deforme e del grottesco, il critico feroce della decadenza della borghesia a cavallo delle due guerre, l’ esponente della corrente della Nuova Oggettività, amico di Otto Dix e di tutte le avanguardie del Novecento: George Grosz. Nel 1933 fuggì dalla Germania nazista per riparare a New York. Durante l’esilio americano egli scoprì il giovane talento di Andy Warhol e mostrò una sana antipatia per Jackson Pollock.
In questa poesia espressionista Grosz ripropone la visione di una modernità “tentacolare”,dalle luci violette come quelle dell’inferno dantesco, fatta di mille tubi che stritolano e di vite in bilico sopra “ponti d’acciaio”. Nulla da invidiare alle atmosfere del T.S. Eliot della Terra Desolata”e del resto, già Thomas Mann parlava della città come di una "Weltstadt prussiana americana". New York come Berlino, come Londra, come Tokyo, Parigi… “questo siamo” scriveva Grosz, eh sì, nel mondo omogeneizzato e reso conforme da merci e denaro il “vacillare” non è lo stordimento futurista, l’ebbrezza della corsa verso le promesse dell’avvenire ma la trasfigurazione del volto dell’umano, le rughe della specie: “le nostre esperienze sono nelle nostre vene, nei nostri nervi”. Nessuna apocalisse da coniugare al futuro per Grosz, come diceva Heidegger “il terribile è già accaduto”.


polange




LA BIBLIOTECA DELLE IMMAGINI MAI VISTE



«Io ascolto senza guardare e così vedo»
Pessoa

"Le immagini non sono più quelle di un tempo. Impossibile fidarsi di loro. Lo sappiamo tutti. Lo sai anche tu. Mentre noi crescevamo le immagini erano narratrici di storia e rivelatrici di cose. Ora sono tutte in vendita con le loro storie e le loro cose. Sono cambiate sotto i nostri occhi. Non sanno più come mostrare noi. Hanno dimenticato tutto. Le immagini vengono vendute al di là del mondo, Winter, e con grossi sconti. [...] Io amo davvero questa città. Lisboa e c’è stato un tempo che io veramente l’ho vista di fronte ai miei occhi. Ma puntare una cinepresa è come puntare un fucile e ogni volta che la puntavo mi sembrava come se la vita si prosciugasse dalle cose. E io giravo, giravo, ma ad ogni colpo di manovella la città si ritraeva. Svaniva sempre di più, sempre di più. Come il gatto di Alice. Nada. Stava diventando insopportabile. Dio lo spavento che mi ha preso. A questo punto ho cercato il tuo aiuto. E per un po’ ho vissuto con l’illusione che il suono potesse salvare il giorno, che i tuoi microfoni potessero strappare le mie immagini dalle loro tenebre. No, non c’è speranza. Non c’è speranza per nulla, Winter. Non c’è speranza, Ma questa è la strada Winter e io voglio percorrerla. Ascolta. Un’immagine che non sia stata vista non può svendere nulla. È pura e perciò vera e meravigliosa. Insomma innocente. Finché nessun occhio la contamina è in perfetto unisono con il mondo. Se nessuno l’ha guardata, l’immagine e l’oggetto che rappresenta, sono uno dell’altra. Sì, una volta che l’immagine è stata vista l’oggetto che è in essa muore. Ecco, Winter, la mia biblioteca delle immagini non viste. Ognuno di questi nastri è stato girato senza che nessuno guardasse attraverso la lente, Nessuno li ha visti mentre venivano impressi. Nessuno, dopo, che li abbia controllati. Tutto quello che ho ripreso, l’ho ripreso alle mie spalle. Queste immagini mostrano la città com’è e non come vorrei che fosse. Insomma queste sono nel primo dolce sonno dell’innocenza. Pronte per essere scoperte da generazioni future con occhi diversi dai nostri. Non preoccuparti amico saremo morti da un pezzo".

[La biblioteca delle immagini mai viste – Lisbon Story Wim Wenders 1994 ]

Il mondo così com’è e non come vorremmo che fosse … un percorso inverso, l’unico in grado di restituire vita alla vita, quello proposto in Lisbon Story, dove l’occhio non forgia il taglio dell’immagine né il suo senso ma sparisce in ciò che non vede e non può vedere. La lente, oggetto senza attore, crea una semantica sconosciuta che racconta di altri oggetti, un universo che sfugge all’umano e che forse potrà raccontarlo nell’innocenza del distacco più radicale, nel “non esserci” e “non interpretare”, nel mondo che si spiega da sé … Tutto ciò per sottrarsi all’immagine commercializzata, al ritratto devastato e svilito da un occhio che non è più capace di guardare né di narrare ma solo di vendere e confezionare mentre la realtà si allontana, si ritrae con i rivoli chiaroscuri che ne costituivano l’irrinunciabile esegesi. La strada da percorrere è l’oblio dell’occhio antropico, alla canna di fucile della macchina da presa, killer evidente del reale per difetto di umanità dell’umano non può che opporsi il glaciale sguardo della lente senz’iride, aspettando bulbi oculari che facciano sponda dal futuro al fine di tradurre il puro non visto e a rendere grazia alla grazia. Wenders anticipa nel 1994 la questione di questo nuovo decennio, un tempo in cui gli umani si vanno oggettivizzando e l’oggetto è capace di animarsi di vita propria, un interscambio che un giorno lontano,lontanissimo per noi, forse potrà ricomporsi e ritrovare il suo giusto posto.
Nel suo film è il suono, la musica dei Madredeus a segnare ancora l’impronta dell’umano, sono i rumori della città di Lisbona a dilatare il senso del reale e dell’immaginifico sprangati in una visione ormai cieca e strabordante di assenza .
polange